La mattina di sabato 18 ottobre, a Bergamo, un corteo studentesco è sceso in strada, inserendosi nel contesto più ampio delle mobilitazioni che attraversano l’Europa, dalla Francia alla Spagna. Si manifestava per un’istruzione dignitosa, contro il caro vita e contro la guerra, come dimostrava anche la presenza di numerose bandiere palestinesi, ormai una costante delle mobilitazioni degli ultimi anni. Durante il corteo si sono verificati alcuni scontri e, secondo le testimonianze, la violenza delle forze dell’ordine si è fatta sentire pesantemente: oltre alle botte, una dozzina di persone (la maggior parte minorenni) sono state anche condotte in Questura e trattenute per ore, mentre due maggiorenni sono stati portati in carcere.
Manifestanti e solidali hanno organizzato un presidio sotto la Questura, chiedendo il rilascio dei ragazzi e pretendendo risposte chiare dalle autorità, senza ottenere rassicurazioni o risposte di sorta; nel frattempo, si sono attivati per trovare assistenza legale, soprattutto per i minorenni. La situazione si è fatta ancora più preoccupante quando tre ragazzi, allontanatisi poco prima dal presidio, sarebbero stati seguiti e condotti a loro volta in Questura. Alle domande dei solidali, gli agenti avrebbero ripetutamente negato che si trovassero lì; solo dopo diverse pressioni da parte dei presenti avrebbero poi confermato la presenza dei ragazzi, e li avrebbero poi rilasciati.

Lunedì 19 ottobre, sempre a Bergamo, altri ragazzi si sono dati appuntamento spontaneamente per riprendersi le strade e manifestare ed esprimere il loro dissenso. Secondo quanto riportato dalle testate locali, ben trenta persone sono state condotte in Questura: più del doppio rispetto al sabato precedente. Già dalle sette del mattino, infatti, le forze dell’ordine erano presenti in centro per procedere con le identificazioni e i rastrellamenti. Le segnalazioni parlano anche di controlli e fermi per strada e sugli autobus.
Due giornate, quelle di sabato e di lunedì in città, che pongono una domanda politica precisa: perché, di fronte al disagio di una generazione, la risposta è sempre quella di presidiare le strade e fermare i ragazzi, trattandoli da criminali, anziché ascoltare le ragioni della loro protesta? La narrazione mediatica segue un copione ormai collaudato: quando i giovani protestano, si parla di violenza, vandalismo e irresponsabilità. Si isolano gli episodi considerati più controversi, tralasciando completamente le ragioni sociali e politiche che li producono, raccontando la rabbia delle giovani generazioni senza raccontarne le cause, quindi trasformando un problema collettivo in tante piccole colpe individuali. A rendere tutto ancora più evidente è la presenza, nelle mobilitazioni e tra i diversi fermi di polizia, di tanti giovani provenienti da contesti popolari, giovani razzializzati e persone che vivono sulla propria pelle le disuguaglianze e l’esclusione. Giovani che troppo spesso vengono rappresentati come una minaccia prima ancora che le loro rivendicazioni vengano anche solo minimamente ascoltate. È facile condannare dall’alto di una posizione privilegiata, in cui le necessità materiali sono garantite e il futuro appare – leggermente – più sicuro, ignorando le ragioni di chi non ha nulla, di chi deve lottare ogni giorno per ottenere anche soltanto una piccola parte di ciò che dovrebbe essergli garantito.
Una reale risposta può arrivare solo comprendendo le condizioni materiali da cui nasce una determinata rabbia, e rifiutando una narrazione che trasforma il disagio sociale in un semplice problema di ordine pubblico. In una società che subordina sempre più aspetti dell’esistenza alla logica del profitto, il futuro non è uguale per tutti: ai giovani si chiedono sacrifici e disponibilità ad accettare condizioni sempre peggiori, e poi ci si stupisce se una certa frustrazione esplode. Ovviamente, non in maniera garbata e controllabile. Si condannano immediatamente gli scontri durante un corteo, si invocano pene esemplari, controlli più severi e nuove restrizioni. Molta meno indignazione viene riservata alla violenza sociale che subiamo quotidianamente: quella che ha colpito fisicamente i manifestanti, quella dell’economia di guerra, della precarietà, dei salari insufficienti, degli affitti insostenibili e dei servizi pubblici impoveriti, una violenza che produce conseguenze reali sulla vita delle persone.
Le proteste di Bergamo si inseriscono in un panorama europeo e nazionale attraversato da tanti conflitti sociali, mobilitazioni e contestazioni alle politiche economiche e istituzionali. In Italia, in Francia, in Spagna e altrove, studenti e lavoratori si confrontano con problemi che condividono radici comuni: guerra, precarietà, caro vita, difficoltà nell’accesso alla casa, disuguaglianze e indebolimento dei servizi pubblici. E le mobilitazioni di questi giorni dimostrano soprattutto una cosa: esiste una fetta di popolazione che non si è arresa e non è disillusa al punto da rinunciare a lottare. Scendere in piazza, infatti, significa voler essere ascoltati, rifiutare che le decisioni vengano prese dall’alto e affermare la possibilità di cambiare le cose. È un’azione attiva, propositiva, mai passiva: chi manifesta dimostra di non voler accettare in silenzio una realtà che considera ingiusta.
È ancora una volta il contesto internazionale ad esprimere un modello di lotta comune per le piazze italiane: la questione del lavoro precario, dell’istruzione e dell’opposizione alla guerra sono state cinquant’anni fa e rimangono tutt’oggi gli elementi accomunanti delle classi popolari che con difficolta cosi si identificano. Di fronte a un Sud Italia che ha trovato il meccanismo per paralizzare il sistema produttivo e commerciale, il Nord Italia pare ancora assestato su riflessioni che non tengono il passo coi tempi. L’esistente sommossa orizzontale e popolare potrebbe rappresentare una delle più grandi occasioni che sono capitate in questi anni per mettere in discussione il sistema tutto. Evitare e ostacolare che le sacrosante conseguenze dei moti di piazza vengano strumentalizzati dalla fortissima propaganda governativa è una necessità più che mai impellente.
Le politiche vessatorie e belliciste del partito unico della guerra si riversano inevitabilmente nel portafoglio di tutti i cittadini e cittadine, agendo così “da livella sociale”. Si riuscirà ad interpretare l’importanza di questa nuova condizione?













