25 aprile a Bergamo: antifascismo è antisionismo

Il prossimo 25 aprile a Bergamo si preannuncia, ancora una volta, come una giornata densa di significati politici, attraversata da contraddizioni reali e da tensioni che non possono più essere neutralizzate sotto la retorica della “memoria condivisa”. La piazza della Liberazione, infatti, non è mai stata uno spazio neutro, ma un terreno di conflitto, dove si confrontano visioni (spesso inconciliabili) di antifascismo e di giustizia sociale.

Come ogni anno, il corteo sarà attraversato da più anime. Da un lato lo spezzone istituzionale, guidato dall’amministrazione e dalle rappresentanze ufficiali, portatore di una memoria spesso depoliticizzata, che tende a ridurre la Resistenza a celebrazione rituale, svuotandola della sua carica rivoluzionaria e dei suoi molteplici significati. Dall’altro prenderà forma lo spezzone antagonista, “Contro il fascismo – contro il governo – contro la guerra”, animato da collettivi, movimenti sociali e realtà politiche che rivendicano un antifascismo vivo e radicato nelle lotte antirazziste, transfemministe e contro le guerre.

Accanto a questo, si consolida un ulteriore spezzone, negli ultimi anni sempre più centrale: quello antisionista e contro la guerra, contro il riarmo e contro l’attacco ai diritti sociali. Uno spazio costruito dalle realtà palestinesi e da chi, negli ultimi anni, ha scelto di schierarsi apertamente al loro fianco, riconoscendo nella lotta del popolo palestinese una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo. Qui l’antifascismo non viene evocato come memoria astratta, ma come pratica politica concreta: una presa di posizione contro ogni forma di colonialismo, occupazione e apartheid, che lega la Liberazione del 1945 alle lotte dei popoli oppressi di oggi.

In questo quadro, torna con forza una presenza che da anni genera frattura e scontro: quella della Brigata Ebraica e dell’associazione Italia-Israele. La Brigata Ebraica non è qui al centro di una questione storica (leggere qui per farsi un’idea), bensì di una questione politica, profondamente politica, e riguarda la situazione di oppressione che Israele perpetua ai danni del popolo palestinese ancora oggi. Italia-Israele, dal canto suo, si configura come strumento di legittimazione e promozione dello stato di Israele, uno stato che oggi è responsabile di politiche di occupazione, apartheid e violenza sistematica contro il popolo palestinese.

Il nodo, quindi, non può essere aggirato con richiami astratti alla pluralità o alla convivenza delle memorie. Per lo spezzone antisionista, sostenere il sionismo oggi — cioè sostenere un progetto politico coloniale, fondato sull’espropriazione, sulla segregazione, sul genocidio — è incompatibile con qualsiasi idea coerente di antifascismo. Non si tratta di una polemica simbolica, ma di una contraddizione materiale: da una parte si celebra la liberazione dall’oppressione nazifascista, dall’altra si accettano in piazza soggetti che, nel presente, si rendono complici o promotori di forme di dominio e violenza su un altro popolo.

Questa contraddizione, lontana dall’essere “un incidente” o qualcosa di poco conto, è il riflesso di un “antifascismo istituzionale” sempre più svuotato, incapace di leggere le continuità tra le oppressioni del passato, magari vissute sulla propria pelle e su quella dei propri antenati, e quelle del presente, ma vissute sulla pelle di altri popoli. Un antifascismo che si ferma alla sterile – e, in questo caso, incoerente – commemorazione, ma tace di fronte alla guerra, al riarmo, alle politiche securitarie, alla repressione del dissenso e al sostegno italiano ed europeo alle politiche israeliane che stanno portando avanti quello che ormai chiunque riconosce come un vero e proprio genocidio.

Per questo, il 25 aprile bergamasco si confermerà come uno spazio di conflitto politico vivo, un terreno in cui il significato stesso di antifascismo viene conteso: da una parte chi lo riduce a rituale innocuo, compatibile con l’ordine esistente; dall’altra chi lo rivendica come pratica di lotta, come strumento per leggere e trasformare il presente. Riconoscere che l’antifascismo non è una categoria morale astratta, ma una posizione concreta dentro i rapporti di potere, significa schierarsi contro tutte le forme di oppressione sistemica, ovunque si manifestino, e costruire connessioni tra le lotte: tra chi resiste allo sfruttamento nei luoghi di lavoro, chi combatte il razzismo istituzionale, chi rivendica autodeterminazione sui corpi e sulle vite, e chi, come il popolo palestinese, lotta contro un regime di occupazione e colonialismo.

In questo senso, il 25 aprile non è solo memoria della Liberazione: è una domanda aperta sul presente. Liberazione per chi? Contro chi? E da quali forme di potere? La risposta sarà scritta dai corpi che attraverseranno la piazza, dal contenuto degli interventi e dalle prese di posizione che questi porteranno. Perché la Liberazione, se vuole essere viva, non può essere selettiva. O è per tutti i popoli oppressi, o rischia di diventare solo una celebrazione vuota, buona per chi governa ma incapace di cambiare davvero il mondo.

Foto da Il Manifesto -> https://ilmanifesto.it/retina/undefined/foto-memorie-darchivio-25-aprile-1945

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