Oggi, 18 maggio, è sciopero generale; a Bergamo, il sindacato di base USB ha indetto ben due presidi, uno svoltosi questa mattina davanti al palazzo del Comune di Dalmine e uno previsto per le 17:30 fuori dalla Prefettura di Bergamo. “Nemmeno un chiodo per guerre e genocidio”, questo lo slogan che si legge sulla locandina della giornata, una mobilitazione che intreccia il rifiuto della guerra e del riarmo con le rivendicazioni salariali e sociali dei lavoratori e delle lavoratrici. Lo sciopero è stato convocato contro il genocidio in corso ai danni del popolo palestinese, contro l’aumento delle spese militari e in sostegno alla Global Sumud Flotilla, ma anche per rivendicare salari dignitosi, diritti e condizioni di vita migliori in un contesto di impoverimento sempre più diffuso. Una giornata che, anche a Bergamo, mostra chiaramente come la questione internazionale e quella sociale non siano separate. Da una parte miliardi investiti in armamenti e militarizzazione; dall’altra settori fondamentali del welfare lasciati in condizioni di precarietà cronica.

La locandina del presidio previsto per oggi davanti alla Prefettura di Bergamo
Tra i soggetti principali del presidio di questa mattina a Dalmine ci sono statə, infatti, i lavoratori e le lavoratrici del terzo settore, in particolare dell’assistenza educativa scolastica. Circa un centinaio di educatrici ed educatori impiegatə soprattutto nelle cooperative Progetto A e Progetto Persona hanno partecipato allo sciopero per denunciare condizioni lavorative ormai insostenibili. Quello del lavoro educativo è, purtroppo, uno dei settori più invisibilizzati e meno sindacalizzati del territorio bergamasco. Un lavoro essenziale, svolto ogni giorno accanto a bambinə e ragazzə con fragilità cognitive, motorie o relazionali anche molto gravi, ma trattato troppo spesso come una missione morale anziché come un impiego che richiede competenze, responsabilità e tutele. Dietro la retorica del “lavoro vocazionale”, infatti, si nasconde una realtà fatta di stipendi bassissimi, precarietà costante e carichi di lavoro sempre più pesanti. Gli educatori e le educatrici denunciano da tempo l’assenza di continuità salariale, con i mesi estivi non retribuiti, l’utilizzo della banca ore come forma mascherata di straordinario gratuito, la mancanza di garanzie su un monte ore stabile e il continuo ricatto dell’incertezza contrattuale.
Ogni anno scolastico ricomincia senza alcuna sicurezza: ore che cambiano, incarichi ridotti, salari insufficienti persino a sostenere un affitto o le spese essenziali. Una condizione che colpisce profondamente i lavoratori e le lavoratrici, spesso costrettə a combinare più impieghi o a rinunciare a qualsiasi prospettiva di autonomia economica. Durante il presidio è emersa con forza anche una critica più ampia al modello di gestione dei servizi sociali ed educativi, sempre più esternalizzati attraverso il sistema delle cooperative. Un sistema che, secondo il sindacato USB e i lavoratori e le lavoratrici presenti, produce risparmio economico sulla pelle di chi lavora e impoverimento della qualità dei servizi offerti. Per questi motivi, oggi pomeriggio durante il presidio, è previsto un incontro in Prefettura con una delegazione di dipendenti delle cooperative e il sindacato, per richiedere formalmente internalizzazione e continuità retributiva per chi lavora nel sociale.

Lo striscione del presidio di questa mattina a Dalmine
Esiste una connessione politica chiara tra le rivendicazioni dei lavoratori e le lavoratrici del sociale e la giornata di sciopero generale contro il genocidio in Palestina e il riarmo: il rifiuto della guerra passa anche dalla richiesta di investire nelle persone, nei servizi pubblici e nella dignità del lavoro, anziché nella militarizzazione e nell’economia bellica. La mobilitazione di questo pomeriggio davanti alla Prefettura assume un significato ancor più forte alla luce di quanto sta avvendnedo in queste ore alla Flotilla diretta verso Gaza, intercettata dall’esercito israeliano.
Studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, attivistə e realtà solidali con la Palestina torneranno in piazza per ribadire un messaggio comune: nessuna pace è possibile senza giustizia sociale, e nessuna dignità del lavoro può esistere in un sistema che finanzia la guerra mentre lascia nella precarietà chi ogni giorno tiene in piedi scuole, servizi educativi e welfare.
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