Autore: sottosuolobg

  • Fronte del NO: anche Bergamo si mobilita

    Fronte del NO: anche Bergamo si mobilita

    Il dibattito pubblico sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo si sta infiammando in tutta Italia e in molti casi sono più gli slogan utilizzati che le discussione nel merito a farne da padroni. Strumentalizzazione di fatti di cronaca, vecchie parole d’ordine berlusconiane (e non solo) che riprendono vita, l’immancabile distinzione tra “buoni” e “cattivi”, il consolidato abuso dell’Intelligenza Artificiale, rappresentano oramai le armi principali con cui si intraprendono le battaglie politiche, anche le più importanti, come quella sulla modifica della Carta Fondamentale. Come mai tutto questo fermento? Cosa c’è in ballo?

    LA RIFORMA IN BREVE

    Il 30 ottobre 2025 sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il testo di legge costituzionale approvato da Camera e Senato, riguardante la modifica degli articoli 87,102,104,105,106,107 e 110 della Costituzione.

    La riforma tocca principalmente la Sezione I del Titolo IV, quello sulla Magistratura, e va a rimodularne l’assetto originario: si prevede lo “smembramento” del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due distinti CSM, uno per la magistratura giudicante (per i giudici) ed uno per la magistratura requirente (i PM), e stabilisce nuove modalità di composizione dei due Consigli. Quest’ultimo punto è causa di un acceso dibattito, in quanto la riforma prevede che ognuno dei due organi sia composto per 2/3 dallə stessə e per 1/3 da professorə ed avvocatə sceltə dal parlamento ed in seguito estrattə a sorte. La perplessità più diffusa è, infatti, su come i due organi di autogoverno, nella loro eventuale conformazione futura, possano mantenere il loro carattere di soggetti indipendenti dalle interferenze e influenze dell’ esecutivo; ciò che in sostanza potrebbe venire meno, secondo numerosə giuristə ed avvocatə, è la distinzione e l’indipendenza del potere giudiziario, che assieme a quello esecutivo (il Governo) e quello legislativo (il Parlamento) rappresentano i “pilastri fondamentali” dello Stato moderno.

    Altra novità introdotta dalla riforma è l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, a cui verrebbe affidata la giurisdizione disciplinare nei confronti dei/delle magistrate ordinari/e, sottraendola di fatto a quello che attualmente è il Consiglio Superiore della Magistratura. La funzione di giudizio della Magistratura sui/sulle magistratə stessə rappresenta un aspetto fondamentale per la tutela dell’indipendenza del potere giuridico, il quale non può che rispondere solo a se stesso se si vuole preservare il concetto di separazione dei poteri. Anche in questo caso, la composizione della “nuova” Alta Corte Disciplinare, per come è prevista, è tutt’altro che irrilevante: 3 componenti nominati dal Presidente della Repubblica, 3 componenti scelti ed estratti dal Parlamento, 6 componenti estratti tra i/le magistratə giudicanti e 3 componenti estratti tra i/le magistratə requirenti, per un totale di 15. La presidenza dell’Alta Corte verrà inoltre affidata solo ad uno dei componenti scelto tra quelli nominati dal Presidente della Repubblica o quelli scelti dal Parlamento. Anche in questo caso si teme possa ripresentarsi lo “spettro” di interferenze esterne alla magistratura.

    Naturalmente la discussione in merito alla riforma costituzionale merita più tempo e più conoscenze in campo giuridico, soprattutto visto l’enorme confusione che si sta, forse volutamente, creando intorno al referendum, a partire dal fatto che, nonostante i proclami, il testo di legge non riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, ma piuttosto la distruzione del Consiglio Superiore della Magistratura per come lo avevano concepito i “padri” e le “madri” costituenti.

    Non è un caso che la riforma non sia stata approvata con la maggioranza dei due terzi del Parlamento (maggioranza prevista per le revisioni costituzionali e motivo per cui il testo di legge deve essere sottoposto a referendum popolare), né che stia suscitando scalpore tra “addettə ai lavori” e semplici cittadinə: il tentativo di revisione di una delle sezioni più importanti della Costituzione è percepito come l’ennesima minaccia da parte di un Governo che quotidianamente cerca di ramificare la propria influenza all’interno di qualsiasi istituzione della Repubblica.

    La minaccia concreta di una nuova stretta autoritaria ha fortunatamente portato ad una mobilitazione su scala nazionale, che vede coinvoltə giuristə, avvocatə, giornalistə, intellettuali, associazioni, partiti, sindacati ecc… e anche qui a Bergamo, come in quasi tutte le province, il “fronte” del NO è uscito allo scoperto.

    I COMITATI PER IL “NO”

    Negli ultimi mesi in tutta Italia sono sorti comitati pronti a battersi per l’autonomia della Magistratura (da tempo sotto pubblico attacco), alcuni prettamente di “categoria” come il “Comitato avvocati per il No” oppure il “Comitato giusto dire no” composto principalmente da giuristə, altri formati da soggetti di diverse componenti sociali. E’ questo il caso del “Comitato società civile per il NO”, nato a Bergamo nel mese di Gennaio e che ha visto nel giro di poche settimane un susseguirsi di adesioni; attualmente al comitato bergamasco hanno aderito: CGIL, ANPI, ARCI, AUSER, Libertà e Giustizia, Legambiente, Giuristi Democratici, Salviamo la Costituzione, Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Sbilanciamoci, Lega per le Autonomie Locali, Articolo 21, PAX Christi, Centro per la riforma dello Stato, Medicina Democratica, Comitati per il NO ad ogni autonomia differenziata, Comitato Bergamasco per la difesa della Costituzione, Movimenti per bene comune, Lavoratori precari della giustizia, Insieme per la giustizia, Comma 2 lavoro e dignità, Rete della Conoscenza, Rete degli studenti medi, Unione degli universitari, Costituzionalisti per il NO.

    L’adesione sempre più alta al Comitato va di pari passo ad una crescente sensibilizzazione della società sul tema della riforma costituzionale. Sensibilizzazione che rappresenta lo scopo primario dei comitati per il NO, proprio come ci spiega Filippo Schwamenthal, Presidente del Comitato Provinciale di ARCI Bergamo, intervistato dalla redazione di Sottosuolo BG. Alle nostre domande sul motivo che ha spinto diversi soggetti a mobilitarsi per il Referendum e su quale fosse il loro posizionamento politico, ci risponde: “Noi siamo per il NO non per ragioni partitiche, ma perché vogliamo che la legge sia uguale per tutti; se la legge viene assoggettata ad un potere politico si mette a rischio la sua imparzialità e la sua indipendenza”. Durante l’intervista Schwamenthal non nasconde la sua preoccupazione per la riforma varata della maggioranza di governo: “Non possiamo accettare che si vada incontro ad una distinzione tra cittadini di serie A e serie B; nessuno, specialmente chi ricopre ruoli istituzionali, può sentirsi esente dal rispondere delle proprie azioni davanti alla magistratura”. Per quanto riguarda il perché di ARCI come soggetto promotore del NO alla riforma, aggiunge: “La questione interessa i nostri soci ed il semplice cittadino, le associazioni come la nostra ed i gruppi informali della società, possono avere un enorme impatto sul risultato del referendum”.

    Nelle prossime settimane il comitato bergamasco organizzerà una serie di eventi informativi, tra questi i due eventi del 7 Marzo, il primo a Treviglio al mattino, ed il secondo a Bergamo nel pomeriggio, aventi come ospite Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato Società Civile per il NO”

    Locandina dell’incontro previsto per sabato 7 marzo a Bergamo

  • Lettera di unə manifestante riguardo il corteo a Torino del 31-01- “Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo”

    Lettera di unə manifestante riguardo il corteo a Torino del 31-01- “Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo”

    Riceviamo e pubblichiamo una lettera scritta da unə manifestante che ha partecipato al corteo nazionale dello scorso 31 gennaio 2026, in sostegno al centro sociale Askatasuna,  sgomberato a dicembre. 

    Le riflessioni articolate nella lettera riguardano il significato politico dello sgombero e la risposta collettiva che è stata data a questa operazione repressiva, oltre che  la rivendicazione del diritto a mobilitarsi in difesa degli spazi sociali e la critica alla narrazione mediatica che ha criminalizzato le manifestanti.

    “Alla redazione,

    sono A.P., unə militante di Bergamo. Sabato 31 gennaio 2026 ho partecipato al corteo nazionale di Torino insieme ad altrə compagnə, per esprimere solidarietà al centro sociale Askatasuna e per opporci agli sgomberi e alla repressione che colpiscono gli spazi sociali, criminalizzandoli invece di riconoscerne il valore politico e collettivo. Il corteo è stato enormemente partecipato, attraversato da una forte solidarietà verso le e i militantə dell’Aska, privatə di uno spazio che rappresenta molto più di un semplice luogo fisico.

    “Askatasuna vuol dire libertà” è stato lo slogan più gridato durante il corteo: un’affermazione che rivendica il ruolo degli spazi sociali liberati come luoghi politici, di produzione di idee, di relazioni, di pratiche di cambiamento e , appunto, di libertà. Lo sgombero di Askatasuna non è quindi solo lo sgombero di un’occupazione, ma anche il tentativo di un’eliminazione simbolica di quella peculiare politica, di quelle idee, di quei cambiamenti e di quella libertà. 

    Il senso del corteo era dare una risposta compatta contro la morsa repressiva che da anni colpisce questi spazi, rivendicare la possibilità di costruire alternative a città sempre più chiuse ed esclusive e affermare una posizione chiara: non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo. Una risposta che ha preso forma in un corteo di decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, che non è rimasto in silenzio a subire: ha alzato la testa e ha risposto come poteva alla repressione che cercava di fermarlo.

    L’attenzione pubblica e mediatica, la prima veicolata dalla seconda, si è ovviamente concentrata su un singolo episodio avvenuto durante il corteo, quello che va visto coinvoltə un poliziotto e alcunə manifestanti, episodio che è stato forzatamente inserito in una narrazione vittimizzante delle forze dell’ordine, ignorando completamente la disparità sistemica della violenza messa in atto abitualmente dallo Stato.  L’episodio è stato usato per porre l’accento sui “disordini” causati dallə  manifestanti, sulla loro inaudita violenza, di fatto cancellando la complessità delle rivendicazioni del corteo stesso e, soprattutto, tentando così di legittimare risposte repressive sempre più dure.

    Vignetta “Casa dolce casa”-© Sottosuolo – informazione autonoma

    Si sa che in  tutta Italia si sono verificati fermi preventivi, fogli di via e divieti di raggiungere il corteo, spesso per motivazioni pretestuose come il possesso di Maalox o mascherine FFP2 (strumenti che lə  manifestanti usano per proteggersi in caso di lancio di lacrimogeni CS, eventualità più che prevedibile per chiunque si recasse a Torino con cognizione di causa). Sui giornali si è parlato di 747 persone identificate,si è fatto l’elenco di chi aveva cosa nello zaino, presentando il tutto come un’”operazione di sicurezza”. Conosco personalmente persone fermate, persone senza precedenti rilevanti, alcune alla loro prima manifestazione, che si recavano a Torino esclusivamente per solidarietà. L’operazione della polizia avrà anche fatto esultare i più conservatori, il governo e i politicanti, ma a dirla tutta non si può affermare che sia stata davvero utile. C’erano comunque oltre cinquantamila (50.000) persone in piazza, il 31 gennaio, e si sono verificati degli scontri (dato il clima di tensione che pure le forze dell’ordine non hanno in alcun modo schivato e che, anzi, hanno alimentato nel corso della manifestazione, per esempio schierandosi provocatoriamente davanti all’Askatasuna come a “difenderlo” da – o a provocare?-  chi sa quale attacco): non proprio un successo, in termine di “ordine pubblico”, se si vuole ragionare in questi termini. Durante il corteo, decine di manifestanti hanno ricevuto soccorsi per contusioni, lesioni da gas lacrimogeni e traumi dovuti alle cariche della polizia, come attestano le svariate testimonianze che noi tuttə abbiamo sentito nei giorni successivi al corteo e, più di tutto il resto, come attesta la gran quantità di materiale foto e video (tanto raccolto in questo articolo di InfoAut).

    Non si può più negare la realtà dei fatti: quello che vediamo, letteralmente da anni sono manganellate, cariche, lacrimogeni e interventi di polizia che letteralmente feriscono le persone in piazza, anche se manifestano in maniera pacifica, anche se sono abitanti dei quartieri, anche se sono giornalistə, anche se sono persone anziane. Il 31 gennaio a Torino non è stata fatta eccezione, e la solita narrazione tra “buoni” (i poliziotti) e “cattivi” (lə manifestanti) non si è fatta attendere a lungo, portando come cavallo di battaglia l’episodio a cui ho accennato prima, episodio che la stessa Meloni ha definito come un “tentato omicidio”. Come possiamo restare impassibili ad ascoltare accuse del genere, quando la nostra storia è piena di “tentati omicidi” da parte delle forze dell’ordine ai nostri danni? Come si può oggettivamente accettare questa criminalizzazione, quando le prove della violenza sistemica e sistematica delle forze dell’ordine e di chi le governa è così lampante? Non abbiamo forse foto, video, testimonianze e memorie tra chi conosciamo di quello che è successo a Torino? Di quello che succede in piazza ogni volta che ci andiamo (ricordiamo che siamo eredi politici di quel che fu il G8 di Genova nel 2001, la più grave sospensione della democrazia in un Paese europeo dalla Seconda Guerra mondiale)? Di tutte le violenze che subiamo, non solo durante i cortei, da quelli più movimentati a quelli pacifici, ma anche nel nostro quotidiano? Non è forse violenza la continua oppressione, la quasi vendicativa repressione che ci colpisce se osiamo fare politica nei nostri quartieri, nelle nostre strade e alla nostra maniera? Non vediamo che le forze di polizia e il governo NON si mobilitano per l’ “ordine” pubblico, ma per ampliare divari sociali ed economici tra le persone più povere, e rasentano l’immobilismo, invece, davanti a morti sul lavoro, davanti a famiglie sgomberate e lasciate per strada durante gli sfratti, davanti alla disparità economica che dilaga e che alimenta la famigerata “guerra tra poveri” in cui ci ritroviamo tuttə inesorabilmente incastratə?

    Non accettiamo la narrazione che ci vuole “violenti senza motivo” nè quella che ci condanna “per tentanto omicidio” di un poliziotto uscito dall’ospedale il giorno dopo l’accaduto. Sappiamo che la strumentalizzazione dei fatti sarà sempre funzionale a chi deve proteggere un determinato status quo. Sappiamo che il corteo di fine gennaio a Torino si è inserito in una fotografia che conosciamo bene, quella del dispiegamento abnorme delle forze di polizia contro di noi durante manifestazioni dello stesso tipo. Sappiamo che la morsa repressiva sarà ancora più serrata e sì, in questo caso possiamo dirlo,violenta: il nuovo “pacchetto sicurezza”, non ancora entrato in vigore (ma visti i tempi, possiamo benissimo aspettarci che si aggiunga al già in essere Decreto sicurezza, fondamentalmente anticostituzionale e da Stato di polizia), verte proprio in questa direzione, verso un’ulteriore stretta in nome di quel famoso “ordine pubblico” che in realtà rappresenta l’ennesimo metodo per schiacciarci, reprimerci e fermarci. 

    Ma la verità, quello che però possiamo affermare con sicurezza, anche con orgoglio, è una considerazione che si rende palese, dopo il 31 gennaio: la nostra capacità di scendere in piazza comunque, di esprimere il nostro dissenso comunque, nonostante decreti sicurezza e repressione, nonostante i continui divieti, nonostante i fermi preventivi,nonostante tutto. Certo, chi subisce processi o riceve (senza processo) fogli di via e fermi preventivi ne esce in qualche modo sconfittə , o meglio, privatə di un diritto: questa privazione può indebolire il soggetto singolo, frenarne o scalfirne l’entusiasmo. Ma unə compagnə non è MAI da solə: queste misure di “””sicurezza””” riusciranno anche a fermare lə singolə , ma non il movimento tutto, non le organizzazioni politiche, non i collettivi e lə militanti, non le persone solidali, non le piazze.  Evidentemente, quando vogliamo esserci, quando desideriamo esserci, noi ci siamo, a prescindere da quello che rischiamo, perchè siamo consapevoli che il rischio maggiore, per noi, non sono denunce o fogli di via. Il rischio reale è non poter arrivare a fine mese; è non avere un tetto sulla testa; è non avere la possibilità di studiare o di curarci quando ci ammaliamo; di non poter decidere per noi stessə; di non avere più spazi, fisici e simbolici, in cui lavorare per ottenere tutto questo. Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo.”

  • La crisi abitativa che non passa

    La crisi abitativa che non passa

    Da anni il tema di quella che viene definita ’“emergenza abitativa” viene presentato come un fenomeno improvviso, una contingenza straordinaria. In realtà, la difficoltà di accesso alla casa rappresenta una crisi strutturale e sistemica, consolidata nel tempo. Non un problema occasionale o legato a scelte individuali, ma risultato di dinamiche economiche, politiche e sociali che interagiscono tra loro e che hanno progressivamente trasformato il diritto all’abitare in un bene finanziario. Sempre più persone vivono in condizioni di precarietà economica e incontrano difficoltà nel sostenere canoni di locazione in costante aumento. Il fenomeno riguarda non solo i grandi centri urbani, ma anche le aree provinciali, dove la diffusione degli affitti brevi e i processi di valorizzazione immobiliare stanno riducendo drasticamente la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili. I dati sul mercato immobiliare confermano questa tendenza: a Bergamo, nel dicembre 2025, il costo medio degli affitti ha raggiunto i 13,31 euro al metro quadro mensili, con un aumento di quasi l’8% rispetto all’anno precedente. Un andamento che rende evidente come l’abitare sia sempre meno compatibile con i redditi reali di una parte crescente della popolazione, che vive sulla propria pelle la crisi economica in atto da tempo.

    In questo contesto si inserisce uno degli indicatori che più dimostra la gravità della crisi abitativa dei nostri tempi, ovvero gli sfratti che subiscono singoli e famiglie in difficoltà economica.I dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno parlano chiaro: a Bergamo nel 2024 sono stati emessi 795 provvedimenti di sfratto, di cui 347 eseguiti. In Lombardia, nello stesso anno, i provvedimenti sono stati 6574, oltre 5000 dei quali per morosità, con 4802 sfratti effettivamente eseguiti, più di mille in più rispetto al 2023. A livello nazionale si registrano oltre 21.000 sfratti, con la Lombardia che mantiene un triste primato in questo senso, e si conferma la regione con più sfratti eseguiti di tutto lo Stivale. Parallelamente, le liste di attesa per l’edilizia residenziale pubblica continuano ad allungarsi, mentre migliaia di immobili restano inutilizzati o in stato di abbandono. A livello nazionale si stimano circa 250.000 persone in lista d’attesa per un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Gli alloggi ERP sfitti sono circa 80.000, di cui oltre 60.000 non agibili per mancanza di interventi strutturali che li renderebbero davvero a norma e adatti a ospitare le tantissime persone in lista di attesa. A Bergamo nello specifico, nel 2025 gli alloggi popolari erano 985, di cui tra i 235 e i 240 vuoti per carenze manutentive; cioè 1 su 4. Inevitabilmente, questi dati evidenziano una contraddizione strutturale: mentre cresce il numero di persone senza una casa stabile, una parte rilevante del patrimonio pubblico resta inaccessibile per carenze manutentive e mancanza di investimenti.

    Le politiche abitative adottate negli ultimi anni non hanno fornito risposte adeguate a questa crisi, ormai strutturale e che, infatti, non passa. I programmi di rigenerazione urbana si concentrano prevalentemente sull’attrattività dei territori, sulla valorizzazione immobiliare e sugli investimenti privati, spesso legati allo sviluppo turistico, mentre l’offerta di edilizia residenziale pubblica e la manutenzione del patrimonio esistente restano insufficienti. L’abitare viene così subordinato alle logiche di mercato e di rendita, piuttosto che riconosciuto come diritto, da difendere e ampliare e si costruisce, si riqualifica, dove conviene investire, non dove c’è reale bisogno, come appunto nel settore dell’edilizia residenziale pubblica. Un esempio emblematico di questa impostazione è rappresentato dagli stabili di via Borgo Palazzo 132-134, a Bergamo. Gli edifici versano in condizioni di grave degrado: infiltrazioni d’acqua, portoni privi di serrature, cassette postali danneggiate, umidità diffusa, sporcizia, alberi pericolanti e infestazioni nei cortili. La situazione è stata segnalata più volte dai residenti, con il supporto del sindacato As.I.A. (Associazione Inquilini e Abitanti) di Bergamo, attraverso comunicazioni formali, documentazione fotografica e raccolte firme. Nonostante ciò, da parte di Aler Bergamo, ente responsabile della gestione degli immobili di edilizia popolare, in collaborazione con il Comune, non sono arrivate risposte concrete. Per denunciare lo stato di abbandono e sollecitare un intervento delle istituzioini, As.I.A. ha convocato un’assemblea pubblica e una conferenza stampa lo scorso lunedi 26 grnnaio, invitando anche gli assessori competenti del Comune di Bergamo a partecipare, che però non si sono presentati. Durante l’assemblea si è deciso di provare ancora una volta a contattare l’ente di Aler per poter avere un incontro formale, una presa in carico reale della situazione e degli inquilini degli stabili, che si ritrovano a vivere in condomini in condizione di abbandono, e si è espressa la volontà, se non si avrà un riscontro, di contattare anche la Prefettura di Bergamo per discutere il problema.  

    Parallelamente, il sindacato As.I.A. segue da anni anche nuclei familiari e singoli cittadini sottoposti a procedure di sfratto. Le soluzioni temporanee offerte durante gli sgomberi, spesso accompagnati dall’intervento delle forze dell’ordine, si rivelano nella maggior parte dei casi misure emergenziali che non incidono sulle cause strutturali del problema, limitandosi a spostare nel tempo e nello spazio l’emergenza, e producendo nuove forme di precarietà e marginalità: spesso a intere famiglie vengono proposte alternative- temporanee- solo per madri e figli. non per l’intero nucleo. E spesso, come possibile strada, si propone quella dell’housing sociale, rivendicandone il valore del cosiddetto “mix abitativo” come strumento di una presunta inclusione e sostenibilità, senza considerare però l’impatto limitato e altamente selettivo che l’housing porta con sè. Un progetto di housing sociale promosso da soggetti del terzo settore, come la Fondazione Casa Amica a Bergamo, ne è un lampante esempio: spesso presentato come risposta concreta all’emergenza abitativa, contraddice però questo suo presunto obbiettivo esponendone i requisiti di accesso (tra gli altri, cittadinanza italiana, almeno cinque anni di lavoro in Lombardia, reddito annuo compreso tra 14.000 e 40.000 euro e assenza di sfratti in esecuzione), requisiti che sollevano interrogativi rilevanti dal punto di vista dell’efficacia di tale misura. Questi criteri comportano, infatti, il concreto rischio di escludere una gran parte di persone migranti, lavoratori precari, nuclei a basso reddito e chi si trova già in una condizione di emergenza abitativa, configurando questo tipo di soluzioni come non-soluzioni, risposte che non risultano funzionali ad affrontare le cause profonde della crisi abitativa, ma che finiscono per gestire il disagio senza metterne in discussione l’origine. In questo modo l’abitare viene implicitamente trattato come un premio per chi rientra in determinati parametri economici e giuridici, anziché come un diritto di base. 

    C’è anche chi non accetta passivamente questo tipo di alternative che le istituzioni propinano, ma che prova a modifcare alla base l’assetto della questione. Nel novembre scorso, il Movimento per il Diritto all’Abitare e i sindacati As.I.A.-USB, insieme ad altre realtà impegnate sul tema, hanno presentato a Roma una proposta di legge finalizzata a intervenire sul mercato degli affitti, con particolare attenzione alla revisione dei canoni e al contrasto dei fenomeni speculativi. L’obiettivo è promuovere un sistema di accesso alla casa più equo e sostenibile. Una risposta efficace alla crisi abitativa richiede un cambio di paradigma: l’abitare deve tornare a essere considerato un diritto fondamentale e non una merce; il recupero del patrimonio inutilizzato, la valorizzazione del suolo urbano come bene collettivo e il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica rappresentano passaggi imprescindibili. In assenza di un’inversione di rotta capace di andare in questa direzione, la crisi abitativa continuerà a riprodursi, modificando soltanto le proprie forme ma non le proprie cause, e non passerà. 

    Le parole del sindacato As.I.A.

  • Nasce SOTTOSUOLO – informazione autonoma

    Nasce SOTTOSUOLO – informazione autonoma

    Sottosuolo- informazione autonoma è un canale di informazione indipendente che vuole dare spazio a chi non ha voce, a fatti e narrazioni dal basso, che normalmente vengono estromessi o addirittura censurati nel discorso pubblico.

    La grande diffusione di notizie assai facilmente reperibili tramite i social media e, più in generale, nella miriade di siti internet più disparati, consente l’illusione dell’informazione: un’informazione che poi, di fatto, viene virata e indirizzata sia dal mostro dell’algoritmo social, sia da quello che potremmo definire il “cartello dell’informazione”, posseduto da grossi magnati della stessa. Ai tempi del business informativo, ed il suo relativo decadimento in termini di autorevolezza e indipendenza, le piccole realtà che si occupano di fare informazione, siano esse locali, nazionali o sovranazionali, si ritrovano ostaggio in primis di sistemi sempre più autocratici che il più delle volte marginalizzano i temi di fondo e i reali protagonisti e protagoniste delle storie che si vogliono raccontare, e in secondo luogo dell’impossibilità in termini di strumenti del raggiungimento di un pubblico più vasto. Le voci, spesso silenziate, sono quelle di lavoratori e lavoratrici che sulla propria pelle vivono ogni giorno lo sfruttamento e la precarietà, sono le famiglie che subiscono sfratti ed espropriazioni, sono le persone migranti, ancor più ricattabili e sfruttate, sono tutte quelle persone che scendono in piazza, si organizzano e manifestano contro un sistema economico e sociale che le opprime e, spesso, reprime.

    Come fare per sconfiggere il Golia della disinformazione? Uno dei primi quesiti che questa redazione si è posta è stato come affrontare e combattere la propaganda compiacente con la quale ci bombardano quotidianamente. Assuefatti da queste logiche, ci siamo chiestə se a propaganda dovessimo rispondere con altrettanta propaganda, anche se di schieramento diverso, dimenticandoci che il lavoro di chi scrive, quando non è asservitə ad alcun padrone, non è mai mera propaganda, ma più semplicemente pura narrazione, che non deve rendere conto a nessunə se non a chi ci leggerà, a chi a noi si rivolgerà ed al nostro principio di integrità volto al mantenimento di un’informazione indipendente e popolare.

    Se per sconfiggere Golia non abbiamo una fionda a portata di mano, cosa utilizziamo? E se abbiamo scelto di lottare contro l’informazione di parte, cosa potrà sostituire la fionda per abbattere il gigante? Useremo tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, dai canali social al sito internet al formato cartaceo (appena ci sarà possibile), per raggiungere il più vasto numero di lettori e lettrici possibile, con ogni mezzo necessario, anche quello considerabile più controverso. Saremo presenti ogni volta che riterremo necessario e politicamente significativo l’uso di questo strumento, per dare voce e visibilità a chi ne è sistematicamente privato, attraverso articoli, interviste, reportage, foto e video, dossier ed editoriali. Perché crediamo che solo una narrazione reale, partecipata e dal basso possa rompere l’ordine discorsivo dominante e contrastare le narrazioni pubbliche egemoniche, troppo spesso funzionali alle dinamiche di potere ed alle ingiustizie sociali ed economiche che continuiamo a subire collettivamente. Per questi motivi nasce Sottosuolo- informazione autonoma.

    La redazione