Il 23 gennaio 2026 l’Università di Bergamo aveva in programma un dibattito su Giovani&Lavoro. Ospiti : l’economista Federica Origo, l’economista Michele Boldrin e l’europarlamente ed ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori, del Partito Democratico.
Ad un certo punto, un gruppo di studenti ha interrotto l’evento, srotolato uno striscione con scritto “Fuori i sionisti dall’Università” e contestato Gori, che nelle settimane precedenti aveva difeso il parlamentare del suo partito Emanuele Fiano, a sua volta contestato all’Università di Venezia in un incontro tenuto da “Sinistra per Israele”.
La redazione di Sottosuolo ha raggiunto il collettivo UniBgForPalestine per un’intervista sul significato della loro contestazione.
Quando e perché è nata UniBg For Palestine? Quali sono i suoi obiettivi?
UniBg4Palestine nasce da un gruppo di student* dell’Università di Bergamo nel novembre del 2023 con lo scopo di portare avanti all’interno dell’università le istanze di boicottaggio accademico nei confronti dello Stato di Israele, sull’onda del movimento delle intifade studentesche che in tutto il mondo avevano portato avanti le occupazioni delle università e dei luoghi di istruzione. Da allora il collettivo si è sempre posto l’obiettivo di interrompere ogni forma di rapporto e complicità tra l’Università di Bergamo e l’entità sionista e le sue attività genocidarie. Siamo anche impegnati in percorsi cittadini con altre realtà attive sul territorio per ottenere il rescindimento totale di ogni rapporto economico e commerciale tra le aziende del territorio e Israele.
Perché è stata contestata la presenza dell’ex sindaco di Bergamo ed europarlamentare Giorgio Gori il 23 gennaio presso l’università?
La figura dell’ex sindaco Giorgio Gori è altamente problematica, si tratta infatti di uno dei firmatari dell’infame manifesto di “Sinistra per Israele”, una dichiarazione che cerca di far passare come accettabile il sionismo sotto forma di una sua versione moderata, individuando la causa del genocidio palestinese esclusivamente negli atti del governo Netanyahu e disconoscendo completamente le radici colonialiste e imperialiste dell’entità sionista. Come Unibg4Palestine ci siamo sempre mobilitati per impedire che venissero offerti spazi della nostra università a figure politiche che giustificano e supportano con il loro agire politico il genocidio del popolo palestinese.
Come rispondete a chi vi accusa di non essere democratici per aver impedito all’On. Giorgio Gori di parlare in Università e di schierarvi a fianco del terrorismo palestinese?
Come UniBg4Palestine riteniamo pretestuose e infondate queste accuse. Gli spazi democratici dell’università, per essere realmente democratici, non possono offrire alcuno spazio a esponenti di ideologie strutturalmente antidemocratiche, genocidarie e fasciste come il sionismo, anche nelle sue accezioni più moderate. La nostra mobilitazione dimostra ampiamente che gli studenti non intendono accettare lezioni di democrazia da parti politiche che non riconoscono a un popolo il diritto ad esistere. Stesso vale per l’accusa di supportare il terrorismo, facile accusa per colpire chiunque solidarizzi e supporti la resistenza palestinese, che è peraltro riconosciuta come legittima persino dall’ONU e dal diritto internazionale borghese. Come Unibg4Palestine riconosciamo nella resistenza palestinese unita l’unica legittima rappresentante del popolo palestinese e l’unica garante degli interessi dei palestinesi.
A seguito dei fatti del 23 gennaio, il Senato Accademico sta vagliando diversi provvedimenti disciplinari, fra cui la possibile espulsione dall’Università. Qual è la posizione del vostro collettivo in merito?
Riteniamo inaccettabile che il rettore e la governance abbiano intrapreso questi procedimenti disciplinari. Abbiamo intenzione di mobilitarci per fermare questi atti repressivi che colpiscono studenti e compagni che hanno come unica colpa quella di aver portato avanti una contestazione pacifica e legittima. Sappiamo anche che la repressione che stiamo subendo non è isolata: in tutta Italia sono partite multe, indagini e denunce a carico di quei compagni che hanno animato le grandiose piazze dell’autunno scorso. Il potere ha avuto paura e ora risponde nell’unico modo che conosce, reprimendo. Non abbiamo intenzione di lasciar correre questi atti e sicuramente non ci faremo intimorire dalla repressione. Abbiamo già deciso di lanciare un presidio sotto il prossimo Senato Accademico del 13 aprile e continueremo a mobilitarci fino a quando tutti i nostri obiettivi non saranno raggiunti, per una Palestina libera dal fiume fino al mare.
Ci sono altre tematiche, oltre alla causa palestinese, che da studenti/esse/* vorreste discutere con il Rettorato ed il Senato Accademico?
In sincronia con le liste di rappresentanza a noi amiche abbiamo portato avanti diverse battaglie contro la governance per il diritto allo studio, per l’agibilità democratica interna e contro il potere di veto del rettore nei confronti delle mozioni della Consulta degli studenti. Crediamo che in generale la governance debba accettare e dialogare apertamente e con sincero ascolto con le componenti studentesche che animano il dibattito interno all’università. Il nostro rettore non è nuovo a censure nei confronti degli studenti e delle loro iniziative e, per quanto ci riguarda, è totalmente inaccettabile.
Per protestare contro i provvedimenti disciplinari intrapresi da Rettore e Senato Accademico, gli studenti hanno lanciato una raccolta firme compilabile a questo form. Inoltre, proprio in occasione del Senato Accademico del 13 aprile, in cui verranno discussi gli eventuali provvedimenti disciplinari, il collettivo studentesco UniBgForPalestine ha lanciato un presidio nell’Ateneo di via dei Caniana, dalle ore 15.
È da diverse settimane che all’interno del Liceo artistico statale “Giacomo e Pio Manzù” si respira un’aria pesante: poco più di un mese fa, alcuni giornali locali si sono occupati di tensioni che da tempo intercorrono tra la componente studentesca ed il dirigente scolastico, il Prof. Cesare Emer Botti, e che coinvolgerebbero anche una buona parte del corpo docenti. Tensioni che, dopo mesi di botta e risposta tra student, genitori e dirigenza, sono sfociate nello sciopero di martedì 31 marzo, indetto dal Collettivo LAS e supportato da UDS Bergamo e OSA Bergamo, svoltosi in forma di presidio e durato tutta l’arco della mattinata. Ma che cosa sta succedendo nell’Istituto di via Tasso?
Attraverso testimonianze dirette di persone interne al liceo, siamo venutə a conoscenza di una serie di problematiche legate principalmente alla sicurezza degli spazi, alla formazione del corpo docenti e al comportamento del Preside nei confronti dellə studentə. Per cominciare, secondo le nostre fonti, la scuola “per almeno gli ultimi 3 anni” avrebbe completamente trascurato qualsiasi prova di evacuazione in caso di incendio, esponendo così studentə e lavoratorə a forti rischi in caso di reale emergenza; a ciò si aggiungerebbe il mancato aggiornamento dei piani di sicurezza che fino a pochi giorni fa erano rimasti invariati dal 2013, ed infine, ciliegina sulla torta, la mancata formazione e/o aggiornamento sulla sicurezza per il corpo docente. Tutte queste negligenze sarebbero imputabili all’istituto, e quindi al suo responsabile, il Preside Botti, il quale, non appena attaccato pubblicamente, avrebbe dimostrato di preferire correre ai ripari adottando la solita strategia dello “scarica barile”.
A fine gennaio 2026, una trentina di insegnanti hanno sottoscritto in forma anonima una lettera destinata alla Presidenza e all’Ufficio Scolastico; la scelta di adottare l’anonimato è di non poco conto: non solo sottolinea la posizione di ricattabilità dei docenti, ma conferma anche il clima repressivo ed intimidatorio più volte denunciato dal Collettivo LAS. A seguito della denuncia via lettera, autorità e figure competenti hanno effettuato controlli all’interno della scuola, portando così alla luce una serie di irregolarità in materia di sicurezza, riguardanti sia le strutture sia la formazione dellə docenti. È proprio la questione dei mancati corsi di aggiornamento che, secondo alcune fonti, avrebbe portato la scuola a proibire l’utilizzo delle classi-laboratorio, come quelle plastiche e pittoriche, divieto pervenuto solo allə docenti via mail e mai comunicato ad alcun studentə o genitore, portando così a nuove critiche sulla trasparenza dell’Istituto.
La vicenda non si è fermata qui, e qualche giorno più tardi, l’11 febbraio, diventa di dominio pubblico ed ecco che, abracadabra, il giorno seguente la scuola decide che è arrivato il momento giusto per fare una prova antincendio, e proprio come ci si sarebbe aspettati l’impreparazione e l’inadeguatezza ne hanno fatto da padrone. Nella sede di Via Tasso le classi non sapevano come comportarsi e dove dirigersi al momento dell’evacuazione, nelle succursali di S. Anna e Pignolo, addirittura, in mancanza di campanelle all’interno delle strutture, il segnale di allarme sarebbe stato dato personalmente dal Preside, munito di trombette da stadio.
Anche lə studentə ed in particolare il Collettivo si sono mossi per fare pressioni su Botti, producendo un documento di denuncia e sponsorizzando una raccolta firme che ha raggiunto più di 500 adesioni. Nonostante ciò, il dirigente del liceo artistico pare abbia completamente ignorato le rimostranze e, anzi, abbia iniziato ad adottare comportamenti “poco consoni” se non addirittura “intimidatori”. Più persone hanno testimoniato di “incursioni” del preside all’interno delle aule, il quale si sarebbe ritagliato momenti appositi in cui, oltre ad autogiustificarsi per le diverse problematicità della scuola, indispettito a causa delle diverse critiche, avrebbe alzato i toni nel rivolgersi allə studentə ed allə docenti.
Alla nostra domanda su come mai ritenessero urgente e necessario indire sciopero, alcunə militantə del Collettivo LAS ci rispondono: “È intollerabile che oltre ad essere espostə quotidianamente a pericoli, la scuola cerchi in ogni modo di deresponsabilizzarsi tollerando un vuoto enorme nell’applicazione di norme sulla sicurezza. Non provvedere nemmeno alla formazione del personale e del corpo docenti, oltre ad essere illegale, è una mancanza di considerazione e di rispetto verso chiunque viva e attraversi ogni giorno il nostro istituto”. Riguardo all’impossibilità di accedere alle classi-laboratorio proseguono dicendo: “Siamo di fronte all’ennesima privazione al nostro diritto a studiare, a formarci e a farlo adeguatamente. Ancora una volta siamo noi a pagare il prezzo per anni di politiche di impoverimento e di malagestione della scuola pubblica. Ci sono ragazzə che tra pochi mesi avranno l’esame di maturità, come potranno affrontarlo se in un liceo artistico non è concesso loro di accedere a spazi essenziali per lo svolgimento delle materie artistiche?”.
Una risposta ufficiale dalla scuola non è ancora pervenuta e il dirigente tace, ma se le proteste di lavoratorə e studentə continueranno a sollevarsi, sarà difficile per lui continuare ad ignorarle o sottovalutarle.
Le attivistə del Coordinamento Giovanile Bergamasco hanno recentemente pubblicato un dossier che raccoglie informazioni che dimostrano la complicità dell’azienda Fassi, bergamasca, nell’occupazione dei territori palestinesi.
Fassi Group è una società con sede ad Albino, specializzata nella progettazione e costruzione di gru articolate e con oltre 60 anni di storia. Il fatturato, in continua crescita, nel 2024 si attestava a €308.810.988,00. All’interno della società Fassi Group figurano sei aziende, due delle quali hanno direttamente rapporti con Israele. Sui siti ufficiali di Marrel e Fassi Gru, aziende appartenenti a Fassi Group, tra i vari partner commerciali figura la Liftman Cranes LTS, azienda israeliana. Questa azienda non ha un sito ufficiale.
Fassi Gru e Marrel, collaborando con l’azienda israeliana, contribuiscono all’obiettivo genocidario dello stato d’Israele. Nel report stilato dal Coordinamento Giovanile Bergamasco, attraverso le testimonianze raccolte dalla testata giornalistica israeliana B’Tselem, si è dimostrata la presenza delle gru Fassi nei territori occupati palestinesi. Non solo, ma le gru bergamasche sono state utilizzate per favorire la politica di occupazione coloniale israeliana.
Infatti, i video e le foto provenienti dai territori occupati hanno dimostrato come le gru Fassi siano state utilizzate principalmente per demolire edifici, rubare pannelli solari o cisterne e sradicare olivi. Tutte operazioni intente a stremare la popolazione e ad eliminare le fonti di sussistenza, rendendola dipendente dall’economia coloniale. Tutte le operazioni con la presenza di gru Fassi sono state effettuate dall’Amministrazione Civile Israeliana.
Il totale delle demolizioni calcolate dal 2017 fino al 2022 è di 366, composta dalla maggior parte da case, strutture agricole o per l’allevamento, pannelli solari. I dati così proposti sono gli episodi confermati: può essere che l’entità del danno provocato sia ben maggiore, ma a causa della censura del governo israeliano e delle grandi piattaforme di comunicazione è difficile ottenere dati precisi. I numeri confermati sarebbero inferiori rispetto ai dati riguardanti la distruzione nei territori palestinesi. Stando ai dati dell’OCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), si nota un costante aumento della distruzione del territorio.
In questo caso Fassi si rende complice del genocidio: le testimonianze attraverso foto e video mostrano come le gru Fassi siano impegnate principalmente nella distruzione di edifici o container necessari alla vita civile. I vari episodi testimoniati da B’Tesem, dal 2017 al 2022, sono – considerando i piu significativi:
L’Amministrazione Civile Israeliana confisca due container adibiti a scuole elementari. Durante questa distruzione una gru Fassi è installata su un camion con la scritta in ebraico “Amministrazione Civile Israeliana”. La struttura era l’unica esistente per garantire l’istruzione ad una decina di bambini del villaggio Khirbet Khilet a-Dabe. Il giorno dopo gli stessi coloni avrebbero demolito una pavimentazione stradale edificata dai palestinesi per facilitare i collegamenti in auto nel villaggio.
Una gru Fassi rimuove materiale da costruzione per tende temporanee. nello stesso episodio si specifica il furto di un pannello solare pagato dalla ONG COMET-ME e da un finanziamento europeo.
l’Amministrazione Civile Israeliana colpisce il settore agricolo palestinese per favorire la vendita di mangimi e prodotti agricoli da parte degli israeliani
Israele distrugge campi agricoli e serre, sradicando 60 olivi.
Il dossier stilato di Coordinamento Giovanile Bergamasco ha lo scopo di informare la popolazione di Bergamo riguardo l’utilizzo delle gru Fassi nei territori occupati in Palestina. Lə attivistə hanno inoltre indetto un presidio davanti alla sede di Albino, in via Roma 110, per attivare l’azienda di fronte ai quesiti delle attiviste. Queste chiedono all’azienda:
1) di annullare completamente ogni accordo, legame e coinvolgimento con Israele in ogni sua forma, che siano rivenditori, aziende, filiali, clienti, perché si è dimostrato come i loro mezzi abbiano commesso crimini contro il diritto internazionale.
2) di rivelare ogni somma di denaro tratta dalle vendite in Israele: si richiedono statistiche precise, uno storico, tutti i dati disponibili sul commercio.
3) di dare una risposta chiara: perché Fassi Group non ha risposto al quesito sollevato dall’ONG “Who profits?” (che nel 2017 fu la prima a documentare il furto di pannelli solari nelle zone occupate ed interrogò le aziende complici di tale azioni per comprendere se esse fossero a conoscenza dell’utilizzo dei propri mezzi)? Era a conoscenza del fatto che l’uso dei propri mezzi ha contribuito a portare avanti una pulizia etnica?
4) dopo aver calcolato i danni provocati e le vendite svolte nel corso degli anni l’unica soluzione è ripagare i danni: si chiede che l’azienda risarcisca tutte le famiglie sfollate e finanzi progetti umanitari tramite la rappresentanza locale della comunità palestinese, svolta dall’Associazione Amicizia Bergamo Palestina.
Il 18 marzo 2026, a soli dieci giorni dalla Giornata internazionale per i Diritti delle donne, in centro città una donna di 42 anni è diventata l’ennesima vittima di femminicidio. La donna è stata pugnalata dal proprio marito che le avrebbe inferto 19 coltellate, alcune in punti vitali. Quando i soccorsi sono arrivati sul luogo, la donna era già morta.
I diversi giornali – locali e nazionali – che hanno riportato l’accaduto, oltre a cadere in una forma di perversione verso la cronaca nera, dando in pasto ai lettori dettagli della vita della vittima, hanno scritto, riguardo il femminicidio, che il movente sarebbe “di origine passionale”. Scrivere in questo modo nasconde la realtà e la gravità del fatto e sposta l’attenzione verso la vittima, quasi portatrice di una colpa e di una responsabilità verso il crudele atto subito.
Nella legislazione italiana il reato per femminicidio, come aggravante del reato di omicidio, è entrato in vigore il 17 dicembre del 2025, e quindi viene inteso come: “ART 557-bis, Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo”. Secondo l’Osservatorio Nazionale femminicidi-lesbicidi-transicidi di Non Una Di Meno, nel 2025 ci sono stati ben 84 femminicidi in Italia, la maggior parte avvenuti per mano di familiari, partner o conoscenti.
Ecco quindi che cosa è successo il 18 marzo del 2026. Non un uomo spinto da passione, gelosia e desiderio, bensì un uomo incapace di vedere la donna come individuo che ormai non lo amava più. A testimonianza di questo, la madre della vittima ha diffuso la registrazione di una conversazione tra i due, dove la donna dichiara apertamente di non amare più l’uomo e questo, di risposta, la supplica di rimanere, anche a costo di mentire e di sopprimere i propri sentimenti.
Qui si tratta di rovesciare la prospettiva, per evitare che le vittime di femminicidio vengano sempre dipinte come quelle che in qualche modo se lo meritavano. “Erano sposati da un anno, e lei aveva già un altro?” Questo è solo uno dei tristi commenti che si possono leggere sui social sotto gli articoli che parlano di questo fatto. Cosa non è chiaro del principio per cui una donna possa sentirsi libera di scegliere, pure di interrompere una relazione, a maggior ragione se la relazione è in sé violenta?
Il nuovo compagno della vittima dichiara che suo marito fosse una persona estremamente gelosa, al punto da non sopportare che la donna si fosse iscritta in palestra. L’uomo era inoltre a conoscenza del fatto che la donna avesse una relazione al di fuori del matrimonio e per questo la minacciava. Questo avrebbe reso difficile per la donna la scelta di interrompere il rapporto: si sarebbe recata con il suo compagno dai carabinieri di Almenno S. Salvatore sabato 14 marzo, quattro giorni prima di essere uccisa, per chiedere come comportarsi, in quanto subiva costantemente minacce da parte del proprio marito. Emerge invece come una vicina di casa, durante il corso della convivenza tra i due, avrebbe sentito urla provenire dall’appartamento; inoltre, due giorni prima il femminicidio della donna una lite tra i due è finita in strada e testimoniata dai vicini, senza che nessuno abbia segnalato alle autorità i fatti.
Tra le varie testimonianze emerge inoltre come l’uomo tentasse di dipingersi agli occhi degli altri come una persona buona, al contempo screditasse la propria compagna, definendola “dal cuore di ghiaccio”. Questo comportamento è ben noto tra gli abuser: pur di evitare di essere riconosciuti come tali, mettono insieme una narrativa dove sono loro le vittime, e le donne le carnefici, anche se poi le reali “colpe” di queste donne sono di denunciare le diverse violenze che vivono – oltre di voler vivere una vita libera e dignitosa. Le modalità di manipolazione degli abuser spingono le vittime a sottostimare la gravità del proprio vissuto e a perdere fiducia nel proprio istinto.
Molte donne conosceranno bene il senso di colpa vissuto dopo aver subito una qualsiasi molestia, fisica o verbale, quasi come se fossero loro stesse le fautrici di tali atti violenti. Non è un caso che quando fatti simili assumono risonanza, il numero antiviolenza aumenti di segnalazioni. Questo avviene anche ogni 25 novembre, giorno che sensibilizza riguardo la violenza di genere. Quando aumentano testimonianze di violenza contro le donne, esse smettono di minimizzare i fatti e li analizzano come ciò che sono realmente, ovvero violenza. Una violenza che deriva da una cultura patriarcale, che vede la donna come essere inferiore rispetto all’uomo ed impossibilitata a vivere autonomamente. È bene quindi, prima di parlare di femminicidi e di descrivere minuziosamente la vita delle vittime e le dinamiche, comprendere la cultura alla base: stiamo cercando di colpevolizzare la vittima, oppure stiamo analizzando la situazione per quello che è, ovvero frutto di una cultura patriarcale e dello stupro?
E’ necessario cambiare paradigma e chiamare le cose come stanno: violenza di genere, subire una violenza solo perché donne e quindi individui liberi e con potere decisionale. Ricordiamo: la violenza di genere si nutre di giustificazioni e di schemi che permettono agli uomini di mantenere il proprio status, senza mettere in dubbio la cultura che sta alla base di tali atti. Inoltre, la continua esposizione delle vittime a situazioni di solitudine ed incomprensione le rende meno propense a denunciare le violenze subite, e maggiormente dubitanti di sé. Nel caso ci si senta vittime di violenza di genere il numero da chiamare è l’ 1255. A livello locale c’è inoltre la presenza di diversi centri antiviolenza. Non esitare a chiamare se ti senti in pericolo. Diffondere informazione puo salvare vite.
E’ la sera del 18 marzo 2020, a Bergamo. Via Borgo Palazzo, un’arteria pulsante del traffico cittadino, solitamente attraversata da centinaia di veicoli anche durante la notte, è stranamente deserta. Fra poche ore, questa via che serve ogni giorno da snodo fondamentale per il trasporto di migliaia di persone, verrà trasformata, senza volerlo, nel palcoscenico di un dramma destinato a fare il giro del mondo.
Da giorni, nei pressi del vicino cimitero monumentale, i forni crematori lavorano senza sosta per fronteggiare le conseguenze del virus che sta decimando la popolazione : il “SarsCovid 19.” Bergamo è già stata ribattezzata dai media “la Wuhan d’Occidente”, l’Italia intera è stata messa dal Governo Conte in zona arancione dall’8 marzo, ma, complici anche i passati appelli di Confindustria Bergamo e la giunta Gori a non farsi prendere dal panico e a continuare a vivere come prima, la percezione fra la popolazione è quella di una situazione non così grave e che si risolverà al piu’ presto.
Il 18 marzo, in via Borgo Palazzo, i residenti girano alcuni video che prenderanno a calci quella percezione, scaraventando in faccia ai cittadini di Bergamo e poi a tutto il mondo quello che la città stava davvero vivendo : 8 camion militari dell’Esercito italiano, in fila indiana, tagliano l’arteria di Borgo Palazzo diretti verso l’imbocco per l’autostrada.
Al loro interno, 73 bare, destinate alle camere mortuarie ed ai forni crematori dei cimiteri dell’Emilia Romagna. Dopo quel giorno, fino a metà aprile, altre 4 colonne dell’esercito partiranno verso altre regioni d’Italia, anch’esse cariche di salme da Bergamo, ormai diventata il Lazzaretto d’Italia.
Su uno di quei camion giace anche la salma del padre di Consuelo e Cassandra Locati, fondatrici dell’Associazione “Sereni e sempre uniti”, che abbiamo intervistato.
Quando è nata l’Associazione?
L’Associazione #sereniesempreuniti-familiari vittime covid19 -APS si costituisce il 5 dicembre 2021 come naturale evoluzione del Gruppo denominato “Sereni”, nato nel maggio del 2020. Inizialmente, viene creato un blog che si prefigge lo scopo di raccogliere il dolore e le dichiarazioni di chi, come me e mia sorella, aveva perso un proprio caro soprattutto durante la prima ondata della Pandemia da SarsCov2. In seguito, grazie al lungo lavoro di ricerca documentale, il gruppo deposita esposti presso la Procura di Bergamo ed avvia una causa civile presso il Tribunale di Roma in rappresentanza di circa 650 familiari di vittime Covid in Italia (ora se non sbaglio circa 700). Si ravvisano responsabilità gravi nella gestione della Pandemia per le quali diverse vite avrebbero potuto essere salvate. Quest’associazione no-profit ha finalità di carattere sociale e culturale legate alla pandemia e alle conseguenze sociali, psicologiche, culturali ed economiche da questa generate.
Quali obiettivi si pone l’Associazione?
Gli scopi che ci siamo prefissati sono principalmente:
✓ Promuovere e divulgare una cultura sociale rivolta ad una maggiore conoscenza delle conseguenze sociali, psicologiche, culturali, economiche e legali/legislative/normative conseguenti all’evento pandemico;
✓ Esercitare ogni attività connessa ai fini della associazione, anche in collaborazione con Istituzioni pubbliche e private, con altre Associazioni e con Federazioni riconosciute, garantendo comunque la sua autonomia;
✓ Stabilire cooperazioni progettuali di educazione civica/sociale nelle scuole di ogni ordine e grado al fine di sensibilizzare bambini e ragazzi al rispetto delle regole per evitare la diffusione di un’eventuale pandemia;
✓ Organizzare convegni, manifestazioni a scopo divulgativo, culturale e benefico.
Sin da subito, però, abbiamo pensato di realizzare un grande progetto: la pubblicazione di un libro, “Quello che resta di una vita”, che rievocasse e ripercorresse le emozioni di tutto noi, dei parenti delle vittime, sensibilizzando il nostro vissuto e le infinite sofferenze. Il progetto è realtà e questa raccolta di storie spiega, sin nel profondo, il viaggio interiore che ognuno di noi ha compiuto. “Quello che resta di una vita” è un racconto corale, la storia di persone normali, che conducevano una vita normale e, alla fine, si sono trovati a vivere una situazione che non li farà mai più sentire normali. Non si tratta di un libro d’inchiesta, ma della narrazione di chi mai avrebbe pensato di dover affidare a delle parole scritte il compito di dare voce a tutti quelli che, ormai, di voce non ne hanno più. Ci sono i ricordi, i sogni e i dolori di essere umani che hanno sofferto ancora una volta per poter raccontare il dramma che li ha colpiti. Queste sono le pagine che noi tutti abbiamo sentito il dovere di scrivere per dire la nostra versione dei fatti, per far capire cosa abbiamo vissuto davvero, per esprimere le emozioni e le storie di chi, in questa pandemia, ci è affondato davvero.
Tutti i proventi che ricaveremo dalla vendita di questo libro saranno devoluti all’ Associazione che li destinerà agli scopi, già citati, del suo stesso statuto.
La copertina del libro “Quello che resta di una vita”
A distanza di 6 anni dalla pandemia, come procede la vostra battaglia giuridica?
Come se non bastasse il danno subito dalle persone che hanno perso i propri cari durante la pandemia ed hanno poi intentato causa contro Ministero della Salute, Regione Lombardia ed ex Presidenza del Consiglio, il 29 gennaio 2026 le Sezioni Unite della Cassazione hanno deciso che la causa deve essere riassunta dal Tar del Lazio, di fatto stravolgendo le dinamiche previste dalla Costituzione, poichè cause di questo tipo, che riguardano i danni provocati dalla violazione di leggi da parte della Pubblica Amministrazione, sono di competenza del Giudice Ordinario. Questa mossa comporterà un prolungamento della causa di non si sa quanti anni, ed è un ulteriore schiaffo alle famiglie delle vittime che aspettano giustizia da parte delle Istituzioni. Noi abbiamo messo in discussione le violazioni di legge da parte della Pubblica Amminsitrazione, che non solo non aveva aggiornato il piano pandemico, fermo al 2006, ma non ha, di fatto, nemmeno applicato le norme, comunque valide, del vecchio piano pandemico.
La Cassazione sta adottando la tecnica del rimpallo di responsabilità per sfinirci e far desistere le persone che hanno presentato gli esposti e le cause. La maggior parte delle persone coinvolte nella causa ci ha però dato mandato di proseguire ed è quello che abbiamo fatto : abbiamo sollevato l’eccezione di illegittimità alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia, basandoci anche sulle norme europee. Abbiamo anche depositato un istanza di revocazione presso la Cassazione per chiedere la riforma della pronuncia del 29 gennaio 2026. Nel frattempo, anche il Giudice della seconda causa civile ha decretato che il caso passasse al Tar del Lazio, ma abbiamo fatto appello con le stesse obiezioni sopracitate. Sono ancora pendenti il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e il processo penale contro i 4 ex direttori generali della Prevenzione (Guerra, Ruocco, Pompa e Maraglino).
Il 24 marzo 2026 è stata fissata l’udienza per l’ammissione di costituzione di parte civile per tutte le istanze preliminari, fra cui la prescrizione.
Combatteremo affinchè l’ipotesi di reato per epidemia colposa non vada, appunto, in prescrizione.
Ritenete che le Istituzioni locali, provinciali, nazionali e/o europee abbiano accolto le vostre istanze?
Le Istituzioni provinciali e nazionali non solo hanno cercato in tutti i modi di metterci i bastoni fra le ruote come ho descritto poco fa, ma hanno anche impedito la partecipazione dei membri delle famiglie delle vittime a tutte le celebrazioni in loro ricordo che ci sono state in questi 6 anni. L’Associazione non è mai stata invitata ad una sola di queste commemorazioni, di fatto tramutate da momenti di ricordo solenne a passerelle elettorali piene di vuota retorica. E’ stata perfino cancellata, “per motivi istituzionali”, la messa in occasione della Giornata nazionale delle vittime del Covid prevista per il 18 marzo di quest’anno presso la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo… Rimaniamo in attesa dei pronunciamenti da parte della Corte Europea.
Che percezione avete da parte della cittadinanza dell’attività della vostra associazione? Avete lo stesso supporto dei primi tempi post lockdown o c’è più il desiderio di “voltare pagina”?
Per quel che riguarda la cittadinanza la percezione è diversa : chiaramente tutti hanno bisogno di andare avanti e continuare, come possibile, le proprie vite, ma la ferita è ancora aperta e non ha mai smesso di sanguinare. Lo capiamo ogni volta che si ritorna con la memoria a quei giorni terribili, in cui chi doveva proteggerci ha invece favorito la diffusione del virus, salvo poi nascondersi dietro la narrativa dello “tsunami imprevedibile” che ha colpito indiscriminatamente e addirittura adducendo l’altissima mortalità registrata nelle nostre zone ad una predisposizione genetica dei bergamaschi, che hanno percentuali di gene neanderthalensis piu’ elevete rispetto ad abitanti di altre regioni. Ma le persone che hanno vissuto questi drammi e fanno parte dell’Associazione continuano a supportarci e lottano al nostro fianco.
Quali saranno le prossime mosse dell’Associazione?
In molti modi cerchiamo di far sentire la nostra voce, sempre con la dignità che ci contraddistingue. Alcuni di essi sono: continuare a promuovere il nostro libro per tenere viva la memoria di chi non c’è più, come ad esempio la serata presso il presidio del libro a Maruggio, in Puglia a luglio 2025; un convegno nella repubblica di S. Marino con giuristi, medici, famigliari il 12 novembre 2022; un momento commemorativo il 28 giugno 2023 davanti al cimitero monumentale di Bergamo, epicentro nella prima ondata della pandemia; audizione in commissione parlamentare a Roma l’8 ottobre 2024; aiuti anche economici agli associati, pet therapy, supporto EMDR con la fondazione Guzzetti; interventi nelle scuole il 18 marzo in occasione della giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid; progetti per gli associati di supporto psicologico, o ripetizioni ai figli degli associati a prezzi calmierati. Inoltre ogni anno ricordiamo il nostro 18 marzo con un evento e quest’anno, a sei anni dallo scoppio della pandemia, sarà celebrata una messa commemorativa al cimitero monumentale di Bergamo, dove riposarono i defunti prima di partire verso i forni crematori di altre regioni d’Italia.
Se poteste rivolgervi direttamente a chi ritenete responsabili di quanto successo nella bergamasca, cosa gli direste?
A distanza di quasi sei anni dallo scoppio della pandemia e cinque dall’inizio di tutto il percorso, di strada ne è stata fatta, le azioni giudiziarie, anche se la politica ci vuole zittire, proseguono e la voglia di verità si rafforza sempre di più. Abbiamo fiducia nell’autorità giudiziaria e speriamo di avere quelle risposte che ancora ci sono negate. Sicuramente diamo fastidio a molti perché non demordiamo e perché mio papà, come tutte le persone che abbiamo perso in quel modo tragico e disumano, hanno diritto ad avere dignità e soprattutto perché ciò che è successo, non si deve più ripetere. Le aspettative iniziali, ma direi anche quelle attuali, sono di avere delle risposte e avere una verità, che fino ad ora ci è stata negata.
Ci aspettiamo che chi ha sbagliato ne paghi le conseguenze e chieda anche scusa a tutti noi famigliari delle vittime. Questo non ci riporterà indietro i nostri cari, ma forse ridarà un po’ di dignità a tutti quei corpi accatastati che non hanno avuto nemmeno la dignità di una sepoltura.
Per chi desidera approfondire l’argomento, segnaliamo i libri
“Il Focolaio. Da bergamo al contagio nazionale” di Francesca Nava (giornalista)
“La valle nel virus” di Gessica Costanzo e Davide Sapienza (giornalisti)
ed i documentari
“Ritorno in apnea” di Anna Maria Selini (giornalista)
“Boicottare il sionismo, boicottare la guerra”: sono queste le parole d’ordine della nuova campagna della Rete Bergamo per la Palestina, che dopo più di due anni di lavoro sul territorio bergamasco vuole ora porre maggiormente l’accento sulle relazioni commerciali tra aziende orobiche e stato d’Israele. La campagna nasce in seguito alla pubblicazione di un report riguardante il ruolo di imprese locali nell’import-export israeliano, sia in campo civile sia in quello militare. Il documento, prodotto dopo mesi di ricerca, è frutto del lavoro del Coordinamento Giovanile, una rete che riunisce diversi collettivi della scuola e dell’università. Nel comunicato di lancio, la Rete Bergamo per la Palestina afferma: “Iniziamo un nuovo percorso di lotta che ci porterà in vari punti della bergamasca, pront ad agire con efficacia e determinazione affinchè anche la nostra terra sia definitivamente libera dal sionismo”.
La prima “tappa” di questo percorso sarà il presidio indetto per mercoledì 18 marzo alle ore 16 fuori dai cancelli della Battagion SpA, azienda già da tempo sotto pubblico attacco per i tuttora vigenti rapporti con il mercato israeliano.
La locandina del presidio di mercoledì 18 marzo 2026
Di seguito riportiamo il comunicato integrale della campagna “BERGAMO: SPEZZIAMO LA CATENA DEL GENOCIDIO”
Viviamo in un periodo di incertezza segnato dall’incombenza di un conflitto su scala mondiale, ormai da anni l’Italia succube delle politiche imperialiste degli USA si dirige verso un coinvolgimento diretto sui vari campi di battaglia. Il reclutamento sociale, la normalizzazione del bellicismo, l’adozione di un’economia di guerra, sono oramai pratiche evidenti e concretamente percepite dalla popolazione tutta, che nella propria quotidianità si ritrova a pagare il prezzo di queste politiche scellerate. Nulla a confronto di ciò che da un secolo il popolo palestinese vive sulla propria pelle: colonialismo, segregazione razziale, espropriazione delle terre, migrazione coatta, privazione di ogni diritto basilare, repressione, carcere, tortura, fame, ed infine eliminazione fisica su vasta scala. Nemmeno di fronte al genocidio tutt’ora in corso, le istituzioni locali e nazionali hanno avuto il coraggio di prendere una posizione netta, quella della condanna senza se e senza ma della strage in corso e della sua causa: il sionismo. Tutt’oggi figure politiche di spicco, di vario colore politico, continuano a riempirsi la bocca di facili parole pacifiste, timide, innocue ed ininfluenti come i loro stessi partiti di appartenenza. Tutt’oggi siamo costrett a leggere sui giornali imbarazzanti affermazioni fintamente bipartisan, che non hanno scopo altro se non quello di delegittimare la resistenza del popolo palestinese in madre patria e all’estero, e al contempo di tenere assieme i frammenti del sistema fascista e guerrafondaio del sionismo internazionale. E’ tempo di abbandonare definitivamente l’immobilismo della marea di politicanti che ci circonda, ed intervenire una volta per tutte, dal basso, affinchè si spezzi il legame sanguinario tra il sionismo e il sistema economico-produttivo di cui facciamo parte. Esempi lampanti di questo legame vi sono anche a Bergamo e provincia: numerose aziende locali hanno instaurato nel corso degli anni rapporti commerciali di import-export con Israele, rapporti che nonostante il genocidio in corso, non si sono mai interrotti. Infatti il volume d’affari delle esportazioni con Israele si aggira ogni anno intorno ai 120 milioni di euro: macchinari, prodotti chimici, armi e mezzi per portare avanti la pulizia etnica in Palestina. Ora più che mai è necessario boicottare il sionismo e la guerra in ogni campo, aziendale, lavorativo, scolastico-universitario ed istituzionale, e per farlo dobbiamo partire proprio dal luogo in cui viviamo, lavoriamo e studiamo: la nostra provincia.
Iniziamo un nuovo percorso di lotta che ci porterà in vari punti della Bergamasca, pront ad agire con efficacia e determinazione affinchè anche la nostra terra sia definitivamente libera dal sionismo; affinchè quella Liberazione che tra poche settimane ci ritroveremo a festeggiare abbia veramente un senso anche 80 anni dopo. Perché antisionismo è antifascismo.
Aderisci alla campagna BERGAMO: SPEZZIAMO LA CATENA DEL GENOCIDIO
L’8 marzo a Bergamo un migliaio di persone sono scese in piazza per il corteo transfemminista organizzato da diverse realtà da tempo attive sul territorio (Collettiva Riot, Poliamore Bergamo, Bergamo Pride, associazione Amicizia Bergamo-Palestina, Giovani Palestinesi d’Italia-BG, Kollettivo Pugno Chiuso, Giovani Comunisti e il collettivo del circolo Al Bafo di Seriate). La manifestazione è partita dalla stazione ferroviaria e ha attraversato alcune delle principali vie del centro cittadino – via Bonomelli, via Quarenghi e via Tiraboschi – per concludersi poi davanti al Comune di Bergamo.
La giornata è stata animata da numerosi interventi, cori e striscioni portati dalle realtà organizzatrici e da diversi collettivi e associazioni che si riconoscono nella prospettiva transfemminista e anticapitalista palesata sia durante la giornata dell’8 marzo che nel comunicato di lancio del corteo, di cui vi abbiamo parlato qui. Durante il percorso si sono susseguiti diversi interventi dal furgone di testa del corteo, interventi che hanno denunciato le disuguaglianze di genere, lo sfruttamento del lavoro, la violenza patriarcale e le condizioni di precarietà che colpiscono in particolare le soggettività femminilizzate, razzializzate e marginalizzate. All’altezza della fine di via Quarenghi, un piccolo spezzone del corteo, guidato da Non Una Di Meno-Bergamo, si è inoltre distaccato dal percorso principale dirigendosi verso piazza Pontida dove, parallelamente alla manifestazione, era stato allestito uno spazio di aggregazione che prevedeva interventi e dei concerti. Il gruppo si è quindi diretto verso la piazza per raggiungere le iniziative in programma, mentre il resto del corteo ha continuato lungo il percorso previsto.
Ci sono state diverse tappe durante il corteo; tra le più significative, quella davanti alla sede Eni in via Tiraboschi, dove è stato letto un intervento promosso dal movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) che, oltre ad aver portato la propria solidarietà ai popoli del Libano, della Siria, dello Yemen, dell’Iran e dell’Iraq, ha denunciato le responsabilità delle multinazionali coinvolte in relazioni economiche con Israele, e ha invitato al boicottaggio delle aziende che sostengono l’occupazione dei territori palestinesi e il genocidio in corso in Palestina. La solidarietà con il popolo palestinese è stata infatti uno dei temi ricorrenti della manifestazione: più di una realtà palestinese ha portato la propria voce e ricordato il legame tra le lotte femministe, anticoloniali e contro ogni forma di oppressione. A prendere parola sono state anche molte realtà studentesche della bergamasca, anch’esse declinando i propri interventi in un’ottica intersezionale che, partendo dal transfemminismo, conduce a una lettura più ampia delle oppressioni contemporanee, da quelle coloniali alle condizioni di precarietà e subordinazione che attraversano il lavoro, fino alla rivendicazione della libertà di autodeterminazione dei corpi e dei popoli.
Il corteo si è concluso davanti al Comune con gli ultimi interventi, ribadendo il carattere politico della giornata dell’8 marzo: non una ricorrenza simbolica nè una giornata di festa, ma un momento di mobilitazione e di lotta contro patriarcato, guerra, sfruttamento e disuguaglianze.
Domenica 8 marzo alle 17:30 le strade di Bergamo torneranno a riempirsi di voci e di corpi: è previsto, infatti, un corteo transfemminista, lanciato poche settimane fa sulle piattaforme sociali di diversi collettivi e organizzazioni cittadine. Il corteo partirà da Piazzale Marconi, davanti alla stazione ferroviaria, per concludersi davanti al Comune, in piazza Matteotti. Il percorso si snoderà lungo le principali vie del centro città, animandole e riempiendole con musica, cori e interventi al microfono. Per la prima volta a Bergamo, l’8 marzo sarà organizzato congiuntamente da diverse realtà del territorio che condividono una prospettiva transfemminista e pratiche politiche comuni.
Per le realtà organizzatrici, la data dell’8 marzo non è considerata una mera ricorrenza simbolica, ma una mobilitazione politica che intende mettere al centro il conflitto sociale e diverse rivendicazioni collettive. L’edizione di quest’anno segna inoltre un passaggio inedito per la città: come scritto sopra, per la prima volta il corteo è promosso congiuntamente da diverse realtà del territorio che condividono un orientamento transfemminista e pratiche politiche comuni di attivismo. La manifestazione nasce in un contesto che le promotrici descrivono come segnato da una crescente irrigidimento delle politiche di sicurezza e del controllo degli spazi urbani: militarizzazione, istituzione di zone rosse, misure restrittive e crescente criminalizzazione delle mobilitazioni sociali. In questo scenario, la giornata dell’8 marzo viene proposta come momento di mobilitazione e presa di parola collettiva fondamentali. Al centro della protesta, spiegano i collettivi organizzatori, c’è il legame tra disuguaglianze di genere, sfruttamento economico e violenze sociali più ampie. Il comunicato diffuso nelle scorse settimane sui social dalle realtà aderenti richiama le condizioni di marginalizzazione vissute da molte soggettività: donne e persone femminilizzate, persone trans e non binarie, migranti, persone con disabilità e più in generale chi vive situazioni di esclusione o precarietà.
La mobilitazione punta a collegare queste esperienze a questioni strutturali più ampie, come la precarizzazione del lavoro, la riduzione dei servizi pubblici e i conflitti internazionali. Una lettura politica che, nelle intenzioni delle promotrici, non si deve limitare alle rivendicazioni specifiche della giornata dell’8 marzo, ma mettere in discussione assetti sociali ed economici ben più ampi e strutturali. Il corteo bergamasco si inserisce inoltre in una rete di mobilitazioni che supera la dimensione locale: a livello nazionale, infatti, il movimento Non una di meno ha proclamato anche uno sciopero per il 9 marzo, invitando a proseguire la mobilitazione anche oltre la giornata dell’8.
Per le realtà organizzatrici il significato della giornata è chiaro: la lotta contro il patriarcato non è una celebrazione annuale, ma un insieme di pratiche quotidiane di mobilitazione, solidarietà e intervento nello spazio pubblico, come spiegano in questa intervista due dei soggetti promotori del corteo, attivi da tempo sul territorio, ovvero la Collettiva Riot e l’associazione Amicizia Bergamo-Palestina, impegnate in iniziative sociali e politiche che hanno trovato un punto di incontro nell’organizzazione di questo corteo.
Video-intervista a Collettiva Riot e Associazione Amicizia Bergamo-Palestina sul corteo previsto per l’8 marzo 2026 a Bergamo
Il dibattito pubblico sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo si sta infiammando in tutta Italia e in molti casi sono più gli slogan utilizzati che le discussione nel merito a farne da padroni. Strumentalizzazione di fatti di cronaca, vecchie parole d’ordine berlusconiane (e non solo) che riprendono vita, l’immancabile distinzione tra “buoni” e “cattivi”, il consolidato abuso dell’Intelligenza Artificiale, rappresentano oramai le armi principali con cui si intraprendono le battaglie politiche, anche le più importanti, come quella sulla modifica della Carta Fondamentale. Come mai tutto questo fermento? Cosa c’è in ballo?
LA RIFORMA IN BREVE
Il 30 ottobre 2025 sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il testo di legge costituzionale approvato da Camera e Senato, riguardante la modifica degli articoli 87,102,104,105,106,107 e 110 della Costituzione.
La riforma tocca principalmente la Sezione I del Titolo IV, quello sulla Magistratura, e va a rimodularne l’assetto originario: si prevede lo “smembramento” del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due distinti CSM, uno per la magistratura giudicante (per i giudici) ed uno per la magistratura requirente (i PM), e stabilisce nuove modalità di composizione dei due Consigli. Quest’ultimo punto è causa di un acceso dibattito, in quanto la riforma prevede che ognuno dei due organi sia composto per 2/3 dallə stessə e per 1/3 da professorə ed avvocatə sceltə dal parlamento ed in seguito estrattə a sorte. La perplessità più diffusa è, infatti, su come i due organi di autogoverno, nella loro eventuale conformazione futura, possano mantenere il loro carattere di soggetti indipendenti dalle interferenze e influenze dell’ esecutivo; ciò che in sostanza potrebbe venire meno, secondo numerosə giuristə ed avvocatə, è la distinzione e l’indipendenza del potere giudiziario, che assieme a quello esecutivo (il Governo) e quello legislativo (il Parlamento) rappresentano i “pilastri fondamentali” dello Stato moderno.
Altra novità introdotta dalla riforma è l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, a cui verrebbe affidata la giurisdizione disciplinare nei confronti dei/delle magistrate ordinari/e, sottraendola di fatto a quello che attualmente è il Consiglio Superiore della Magistratura. La funzione di giudizio della Magistratura sui/sulle magistratə stessə rappresenta un aspetto fondamentale per la tutela dell’indipendenza del potere giuridico, il quale non può che rispondere solo a se stesso se si vuole preservare il concetto di separazione dei poteri. Anche in questo caso, la composizione della “nuova” Alta Corte Disciplinare, per come è prevista, è tutt’altro che irrilevante: 3 componenti nominati dal Presidente della Repubblica, 3 componenti scelti ed estratti dal Parlamento, 6 componenti estratti tra i/le magistratə giudicanti e 3 componenti estratti tra i/le magistratə requirenti, per un totale di 15. La presidenza dell’Alta Corte verrà inoltre affidata solo ad uno dei componenti scelto tra quelli nominati dal Presidente della Repubblica o quelli scelti dal Parlamento. Anche in questo caso si teme possa ripresentarsi lo “spettro” di interferenze esterne alla magistratura.
Naturalmente la discussione in merito alla riforma costituzionale merita più tempo e più conoscenze in campo giuridico, soprattutto visto l’enorme confusione che si sta, forse volutamente, creando intorno al referendum, a partire dal fatto che, nonostante i proclami, il testo di legge non riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, ma piuttosto la distruzione del Consiglio Superiore della Magistratura per come lo avevano concepito i “padri” e le “madri” costituenti.
Non è un caso che la riforma non sia stata approvata con la maggioranza dei due terzi del Parlamento (maggioranza prevista per le revisioni costituzionali e motivo per cui il testo di legge deve essere sottoposto a referendum popolare), né che stia suscitando scalpore tra “addettə ai lavori” e semplici cittadinə: il tentativo di revisione di una delle sezioni più importanti della Costituzione è percepito come l’ennesima minaccia da parte di un Governo che quotidianamente cerca di ramificare la propria influenza all’interno di qualsiasi istituzione della Repubblica.
La minaccia concreta di una nuova stretta autoritaria ha fortunatamente portato ad una mobilitazione su scala nazionale, che vede coinvoltə giuristə, avvocatə, giornalistə, intellettuali, associazioni, partiti, sindacati ecc… e anche qui a Bergamo, come in quasi tutte le province, il “fronte” del NO è uscito allo scoperto.
I COMITATI PER IL “NO”
Negli ultimi mesi in tutta Italia sono sorti comitati pronti a battersi per l’autonomia della Magistratura (da tempo sotto pubblico attacco), alcuni prettamente di “categoria” come il “Comitato avvocati per il No” oppure il “Comitato giusto dire no” composto principalmente da giuristə, altri formati da soggetti di diverse componenti sociali. E’ questo il caso del “Comitato società civile per il NO”, nato a Bergamo nel mese di Gennaio e che ha visto nel giro di poche settimane un susseguirsi di adesioni; attualmente al comitato bergamasco hanno aderito: CGIL, ANPI, ARCI, AUSER, Libertà e Giustizia, Legambiente, Giuristi Democratici, Salviamo la Costituzione, Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Sbilanciamoci, Lega per le Autonomie Locali, Articolo 21, PAX Christi, Centro per la riforma dello Stato, Medicina Democratica, Comitati per il NO ad ogni autonomia differenziata, Comitato Bergamasco per la difesa della Costituzione, Movimenti per bene comune, Lavoratori precari della giustizia, Insieme per la giustizia, Comma 2 lavoro e dignità, Rete della Conoscenza, Rete degli studenti medi, Unione degli universitari, Costituzionalisti per il NO.
L’adesione sempre più alta al Comitato va di pari passo ad una crescente sensibilizzazione della società sul tema della riforma costituzionale. Sensibilizzazione che rappresenta lo scopo primario dei comitati per il NO, proprio come ci spiega Filippo Schwamenthal, Presidente del Comitato Provinciale di ARCI Bergamo, intervistato dalla redazione di Sottosuolo BG. Alle nostre domande sul motivo che ha spinto diversi soggetti a mobilitarsi per il Referendum e su quale fosse il loro posizionamento politico, ci risponde: “Noi siamo per il NO non per ragioni partitiche, ma perché vogliamo che la legge sia uguale per tutti; se la legge viene assoggettata ad un potere politico si mette a rischio la sua imparzialità e la sua indipendenza”. Durante l’intervista Schwamenthal non nasconde la sua preoccupazione per la riforma varata della maggioranza di governo: “Non possiamo accettare che si vada incontro ad una distinzione tra cittadini di serie A e serie B; nessuno, specialmente chi ricopre ruoli istituzionali, può sentirsi esente dal rispondere delle proprie azioni davanti alla magistratura”. Per quanto riguarda il perché di ARCI come soggetto promotore del NO alla riforma, aggiunge: “La questione interessa i nostri soci ed il semplice cittadino, le associazioni come la nostra ed i gruppi informali della società, possono avere un enorme impatto sul risultato del referendum”.
Nelle prossime settimane il comitato bergamasco organizzerà una serie di eventi informativi, tra questi i due eventi del 7 Marzo, il primo a Treviglio al mattino, ed il secondo a Bergamo nel pomeriggio, aventi come ospite Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato Società Civile per il NO”
Locandina dell’incontro previsto per sabato 7 marzo a Bergamo
Riceviamo e pubblichiamo una lettera scritta da unə manifestante che ha partecipato al corteo nazionale dello scorso 31 gennaio 2026, in sostegno al centro sociale Askatasuna, sgomberato a dicembre.
Le riflessioni articolate nella lettera riguardano il significato politico dello sgombero e la risposta collettiva che è stata data a questa operazione repressiva, oltre che la rivendicazione del diritto a mobilitarsi in difesa degli spazi sociali e la critica alla narrazione mediatica che ha criminalizzato le manifestanti.
“Alla redazione,
sono A.P., unə militante di Bergamo. Sabato 31 gennaio 2026 ho partecipato al corteo nazionale di Torino insieme ad altrə compagnə, per esprimere solidarietà al centro sociale Askatasuna e per opporci agli sgomberi e alla repressione che colpiscono gli spazi sociali, criminalizzandoli invece di riconoscerne il valore politico e collettivo. Il corteo è stato enormemente partecipato, attraversato da una forte solidarietà verso le e i militantə dell’Aska, privatə di uno spazio che rappresenta molto più di un semplice luogo fisico.
“Askatasuna vuol dire libertà” è stato lo slogan più gridato durante il corteo: un’affermazione che rivendica il ruolo degli spazi sociali liberati come luoghi politici, di produzione di idee, di relazioni, di pratiche di cambiamento e , appunto, di libertà. Lo sgombero di Askatasuna non è quindi solo lo sgombero di un’occupazione, ma anche il tentativo di un’eliminazione simbolica di quella peculiare politica, di quelle idee, di quei cambiamenti e di quella libertà.
Il senso del corteo era dare una risposta compatta contro la morsa repressiva che da anni colpisce questi spazi, rivendicare la possibilità di costruire alternative a città sempre più chiuse ed esclusive e affermare una posizione chiara: non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo. Una risposta che ha preso forma in un corteo di decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, che non è rimasto in silenzio a subire: ha alzato la testa e ha risposto come poteva alla repressione che cercava di fermarlo.
L’attenzione pubblica e mediatica, la prima veicolata dalla seconda, si è ovviamente concentrata su un singolo episodio avvenuto durante il corteo, quello che va visto coinvoltə un poliziotto e alcunə manifestanti, episodio che è stato forzatamente inserito in una narrazione vittimizzante delle forze dell’ordine, ignorando completamente la disparità sistemica della violenza messa in atto abitualmente dallo Stato. L’episodio è stato usato per porre l’accento sui “disordini” causati dallə manifestanti, sulla loro inaudita violenza, di fatto cancellando la complessità delle rivendicazioni del corteo stesso e, soprattutto, tentando così di legittimare risposte repressive sempre più dure.
Si sa che in tutta Italia si sono verificati fermi preventivi, fogli di via e divieti di raggiungere il corteo, spesso per motivazioni pretestuose come il possesso di Maalox o mascherine FFP2 (strumenti che lə manifestanti usano per proteggersi in caso di lancio di lacrimogeni CS, eventualità più che prevedibile per chiunque si recasse a Torino con cognizione di causa). Sui giornali si è parlato di 747 persone identificate,si è fatto l’elenco di chi aveva cosa nello zaino, presentando il tutto come un’”operazione di sicurezza”. Conosco personalmente persone fermate, persone senza precedenti rilevanti, alcune alla loro prima manifestazione, che si recavano a Torino esclusivamente per solidarietà. L’operazione della polizia avrà anche fatto esultare i più conservatori, il governo e i politicanti, ma a dirla tutta non si può affermare che sia stata davvero utile. C’erano comunque oltre cinquantamila (50.000) persone in piazza, il 31 gennaio, e si sono verificati degli scontri (dato il clima di tensione che pure le forze dell’ordine non hanno in alcun modo schivato e che, anzi, hanno alimentato nel corso della manifestazione, per esempio schierandosi provocatoriamente davanti all’Askatasuna come a “difenderlo” da – o a provocare?- chi sa quale attacco): non proprio un successo, in termine di “ordine pubblico”, se si vuole ragionare in questi termini. Durante il corteo, decine di manifestanti hanno ricevuto soccorsi per contusioni, lesioni da gas lacrimogeni e traumi dovuti alle cariche della polizia, come attestano le svariate testimonianze che noi tuttə abbiamo sentito nei giorni successivi al corteo e, più di tutto il resto, come attesta la gran quantità di materiale foto e video (tanto raccolto in questo articolo di InfoAut).
Non si può più negare la realtà dei fatti: quello che vediamo, letteralmente da anni sono manganellate, cariche, lacrimogeni e interventi di polizia che letteralmente feriscono le persone in piazza, anche se manifestano in maniera pacifica, anche se sono abitanti dei quartieri, anche se sono giornalistə, anche se sono persone anziane. Il 31 gennaio a Torino non è stata fatta eccezione, e la solita narrazione tra “buoni” (i poliziotti) e “cattivi” (lə manifestanti) non si è fatta attendere a lungo, portando come cavallo di battaglia l’episodio a cui ho accennato prima, episodio che la stessa Meloni ha definito come un “tentato omicidio”. Come possiamo restare impassibili ad ascoltare accuse del genere, quando la nostra storia è piena di “tentati omicidi” da parte delle forze dell’ordine ai nostri danni? Come si può oggettivamente accettare questa criminalizzazione, quando le prove della violenza sistemica e sistematica delle forze dell’ordine e di chi le governa è così lampante? Non abbiamo forse foto, video, testimonianze e memorie tra chi conosciamo di quello che è successo a Torino? Di quello che succede in piazza ogni volta che ci andiamo (ricordiamo che siamo eredi politici di quel che fu il G8 di Genova nel 2001, la più grave sospensione della democrazia in un Paese europeo dalla Seconda Guerra mondiale)? Di tutte le violenze che subiamo, non solo durante i cortei, da quelli più movimentati a quelli pacifici, ma anche nel nostro quotidiano? Non è forse violenza la continua oppressione, la quasi vendicativa repressione che ci colpisce se osiamo fare politica nei nostri quartieri, nelle nostre strade e alla nostra maniera? Non vediamo che le forze di polizia e il governo NON si mobilitano per l’ “ordine” pubblico, ma per ampliare divari sociali ed economici tra le persone più povere, e rasentano l’immobilismo, invece, davanti a morti sul lavoro, davanti a famiglie sgomberate e lasciate per strada durante gli sfratti, davanti alla disparità economica che dilaga e che alimenta la famigerata “guerra tra poveri” in cui ci ritroviamo tuttə inesorabilmente incastratə?
Non accettiamo la narrazione che ci vuole “violenti senza motivo” nè quella che ci condanna “per tentanto omicidio” di un poliziotto uscito dall’ospedale il giorno dopo l’accaduto. Sappiamo che la strumentalizzazione dei fatti sarà sempre funzionale a chi deve proteggere un determinato status quo. Sappiamo che il corteo di fine gennaio a Torino si è inserito in una fotografia che conosciamo bene, quella del dispiegamento abnorme delle forze di polizia contro di noi durante manifestazioni dello stesso tipo. Sappiamo che la morsa repressiva sarà ancora più serrata e sì, in questo caso possiamo dirlo,violenta: il nuovo “pacchetto sicurezza”, non ancora entrato in vigore (ma visti i tempi, possiamo benissimo aspettarci che si aggiunga al già in essere Decreto sicurezza, fondamentalmente anticostituzionale e da Stato di polizia), verte proprio in questa direzione, verso un’ulteriore stretta in nome di quel famoso “ordine pubblico” che in realtà rappresenta l’ennesimo metodo per schiacciarci, reprimerci e fermarci.
Ma la verità, quello che però possiamo affermare con sicurezza, anche con orgoglio, è una considerazione che si rende palese, dopo il 31 gennaio: la nostra capacità di scendere in piazza comunque, di esprimere il nostro dissenso comunque, nonostante decreti sicurezza e repressione, nonostante i continui divieti, nonostante i fermi preventivi,nonostante tutto. Certo, chi subisce processi o riceve (senza processo) fogli di via e fermi preventivi ne esce in qualche modo sconfittə , o meglio, privatə di un diritto: questa privazione può indebolire il soggetto singolo, frenarne o scalfirne l’entusiasmo. Ma unə compagnə non è MAI da solə: queste misure di “””sicurezza””” riusciranno anche a fermare lə singolə , ma non il movimento tutto, non le organizzazioni politiche, non i collettivi e lə militanti, non le persone solidali, non le piazze. Evidentemente, quando vogliamo esserci, quando desideriamo esserci, noi ci siamo, a prescindere da quello che rischiamo, perchè siamo consapevoli che il rischio maggiore, per noi, non sono denunce o fogli di via. Il rischio reale è non poter arrivare a fine mese; è non avere un tetto sulla testa; è non avere la possibilità di studiare o di curarci quando ci ammaliamo; di non poter decidere per noi stessə; di non avere più spazi, fisici e simbolici, in cui lavorare per ottenere tutto questo. Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo.”