“Bergamo non si ferma”: quello che resta del Covid-19

E’ la sera del 18 marzo 2020, a Bergamo. Via Borgo Palazzo, un’arteria pulsante del traffico cittadino, solitamente attraversata da centinaia di veicoli anche durante la notte, è stranamente deserta. Fra poche ore, questa via che serve ogni giorno da snodo fondamentale per il trasporto di migliaia di persone, verrà trasformata, senza volerlo, nel palcoscenico di un dramma destinato a fare il giro del mondo.

Da giorni, nei pressi del vicino cimitero monumentale, i forni crematori lavorano senza sosta per fronteggiare le conseguenze del virus che sta decimando la popolazione : il “SarsCovid 19.” Bergamo è già stata ribattezzata dai media “la Wuhan d’Occidente”, l’Italia intera è stata messa dal Governo Conte in zona arancione dall’8 marzo, ma, complici anche i passati appelli di Confindustria Bergamo e la giunta Gori a non farsi prendere dal panico e a continuare a vivere come prima, la percezione fra la popolazione è quella di una situazione non così grave e che si risolverà al piu’ presto.

Il 18 marzo, in via Borgo Palazzo, i residenti girano alcuni video che prenderanno a calci quella percezione, scaraventando in faccia ai cittadini di Bergamo e poi a tutto il mondo quello che la città stava davvero vivendo : 8 camion militari dell’Esercito italiano, in fila indiana, tagliano l’arteria di Borgo Palazzo diretti verso l’imbocco per l’autostrada.

Al loro interno, 73 bare, destinate alle camere mortuarie ed ai forni crematori dei cimiteri dell’Emilia Romagna. Dopo quel giorno, fino a metà aprile, altre 4 colonne dell’esercito partiranno verso altre regioni d’Italia, anch’esse cariche di salme da Bergamo, ormai diventata il Lazzaretto d’Italia.

Su uno di quei camion giace anche la salma del padre di Consuelo e Cassandra Locati, fondatrici dell’Associazione “Sereni e sempre uniti”, che abbiamo intervistato. 

Quando è nata l’Associazione?

L’Associazione #sereniesempreuniti-familiari vittime covid19 -APS si costituisce il 5 dicembre 2021 come naturale evoluzione del Gruppo denominato “Sereni”, nato nel maggio del 2020. Inizialmente, viene creato un blog che si prefigge lo scopo di raccogliere il dolore e le dichiarazioni di chi, come me e mia sorella, aveva perso un proprio caro soprattutto durante la prima ondata della Pandemia da SarsCov2.  In seguito, grazie al lungo lavoro di ricerca documentale, il gruppo deposita esposti presso la Procura di Bergamo ed avvia una causa civile presso il Tribunale di Roma in rappresentanza di circa 650 familiari di vittime Covid in Italia (ora se non sbaglio circa 700). Si ravvisano responsabilità gravi nella gestione della Pandemia per le quali diverse vite avrebbero potuto essere salvate. Quest’associazione no-profit ha finalità di carattere sociale e culturale legate alla pandemia e alle conseguenze sociali, psicologiche, culturali ed economiche da questa generate.

Quali obiettivi si pone l’Associazione?

Gli scopi che ci siamo prefissati sono principalmente:

✓ Promuovere e divulgare una cultura sociale rivolta ad una maggiore conoscenza delle conseguenze sociali, psicologiche, culturali, economiche e legali/legislative/normative conseguenti all’evento pandemico;

✓ Esercitare ogni attività connessa ai fini della associazione, anche in collaborazione con Istituzioni pubbliche e private, con altre Associazioni e con Federazioni riconosciute, garantendo comunque la sua autonomia;

✓ Stabilire cooperazioni progettuali di educazione civica/sociale nelle scuole di ogni ordine e grado al fine di sensibilizzare bambini e ragazzi al rispetto delle regole per evitare la diffusione di un’eventuale pandemia;

✓ Organizzare convegni, manifestazioni a scopo divulgativo, culturale e benefico.

Sin da subito, però, abbiamo pensato di realizzare un grande progetto: la pubblicazione di un libro, “Quello che resta di una vita”, che rievocasse e ripercorresse le emozioni di tutto noi, dei parenti delle vittime, sensibilizzando il nostro vissuto e le infinite sofferenze.  Il progetto è realtà e questa raccolta di storie spiega, sin nel profondo, il viaggio interiore che ognuno di noi ha compiuto. “Quello che resta di una vita” è un racconto corale, la storia di persone normali, che conducevano una vita normale e, alla fine, si sono trovati a vivere una situazione che non li farà mai più sentire normali. Non si tratta di un libro d’inchiesta, ma della narrazione di chi mai avrebbe pensato di dover affidare a delle parole scritte il compito di dare voce a tutti quelli che, ormai, di voce non ne hanno più. Ci sono i ricordi, i sogni e i dolori di essere umani che hanno sofferto ancora una volta per poter raccontare il dramma che li ha colpiti. Queste sono le pagine che noi tutti abbiamo sentito il dovere di scrivere per dire la nostra versione dei fatti, per far capire cosa abbiamo vissuto davvero, per esprimere le emozioni e le storie di chi, in questa pandemia, ci è affondato davvero.

Tutti i proventi che ricaveremo dalla vendita di questo libro saranno devoluti all’ Associazione che li destinerà agli scopi, già citati, del suo stesso statuto.

La copertina del libro “Quello che resta di una vita”

A distanza di 6 anni dalla pandemia, come procede la vostra battaglia giuridica? 

Come se non bastasse il danno subito dalle persone che hanno perso i propri cari durante la pandemia ed hanno poi intentato causa contro Ministero della Salute, Regione Lombardia ed ex Presidenza del Consiglio, il 29 gennaio 2026 le Sezioni Unite della Cassazione hanno deciso che la causa deve essere riassunta dal Tar del Lazio, di fatto stravolgendo le dinamiche previste dalla Costituzione, poichè cause di questo tipo, che riguardano i danni provocati dalla violazione di leggi da parte della Pubblica Amministrazione, sono di competenza del Giudice Ordinario. Questa mossa comporterà un prolungamento della causa di non si sa quanti anni, ed è un ulteriore schiaffo alle famiglie delle vittime che aspettano giustizia da parte delle Istituzioni. Noi abbiamo messo in discussione le violazioni di legge da parte della Pubblica Amminsitrazione, che non solo non aveva aggiornato il piano pandemico, fermo al 2006, ma non ha, di fatto, nemmeno applicato le norme, comunque valide, del vecchio piano pandemico.  

La Cassazione sta adottando la tecnica del rimpallo di responsabilità per sfinirci e far desistere le persone che hanno presentato gli esposti e le cause. La maggior parte delle persone coinvolte nella causa ci ha però dato mandato di proseguire ed è quello che abbiamo fatto : abbiamo sollevato l’eccezione di illegittimità alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia, basandoci anche sulle norme europee. Abbiamo anche depositato un istanza di revocazione presso la Cassazione per chiedere la riforma della pronuncia del 29 gennaio 2026. Nel frattempo, anche il Giudice della seconda causa civile ha decretato che il caso passasse al Tar del Lazio, ma abbiamo fatto appello con le stesse obiezioni sopracitate. Sono ancora pendenti il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e il processo penale contro i 4 ex direttori generali della Prevenzione (Guerra, Ruocco, Pompa e Maraglino). 

Il 24 marzo 2026 è stata fissata l’udienza per l’ammissione di costituzione di parte civile per tutte le istanze preliminari, fra cui la prescrizione. 

Combatteremo affinchè l’ipotesi di reato per epidemia colposa non vada, appunto, in prescrizione.

Ritenete che le Istituzioni locali, provinciali, nazionali e/o europee abbiano accolto le vostre istanze?

Le Istituzioni provinciali e nazionali non solo hanno cercato in tutti i modi di metterci i bastoni fra le ruote come ho descritto poco fa, ma hanno anche impedito la partecipazione dei membri delle famiglie delle vittime a tutte le celebrazioni in loro ricordo che ci sono state in questi 6 anni. L’Associazione non è mai stata invitata ad una sola di queste commemorazioni, di fatto tramutate da momenti di ricordo solenne a passerelle elettorali piene di vuota retorica.  E’ stata perfino cancellata, “per motivi istituzionali”, la messa in occasione della Giornata nazionale delle vittime del Covid prevista per il 18 marzo di quest’anno presso la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo… Rimaniamo in attesa dei pronunciamenti da parte della Corte Europea. 

Che percezione avete da parte della cittadinanza dell’attività della vostra associazione? Avete lo stesso supporto dei primi tempi post lockdown o c’è più il desiderio di “voltare pagina”?

Per quel che riguarda la cittadinanza la percezione è diversa : chiaramente tutti hanno bisogno di andare avanti e continuare, come possibile, le proprie vite, ma la ferita è ancora aperta e non ha mai smesso di sanguinare. Lo capiamo ogni volta che si ritorna con la memoria a quei giorni terribili, in cui chi doveva proteggerci ha invece favorito la diffusione del virus, salvo poi nascondersi dietro la narrativa dello “tsunami imprevedibile” che ha colpito indiscriminatamente e addirittura adducendo l’altissima mortalità registrata nelle nostre zone ad una predisposizione genetica dei bergamaschi, che hanno percentuali di gene neanderthalensis piu’ elevete rispetto ad abitanti di altre regioni. Ma le persone che hanno vissuto questi drammi e fanno parte dell’Associazione continuano a supportarci e lottano al nostro fianco. 

Quali saranno le prossime mosse dell’Associazione?

In molti modi cerchiamo di far sentire la nostra voce, sempre con la dignità che ci contraddistingue. Alcuni di essi sono: continuare a promuovere il nostro libro per tenere viva la memoria di chi non c’è più, come ad esempio la serata presso il presidio del libro a Maruggio, in Puglia a luglio 2025; un convegno nella repubblica di S. Marino con giuristi, medici, famigliari il 12 novembre 2022; un momento commemorativo il 28 giugno 2023 davanti al cimitero monumentale di Bergamo, epicentro nella prima ondata della pandemia; audizione in commissione parlamentare a Roma l’8 ottobre 2024; aiuti anche economici agli associati, pet therapy, supporto EMDR con la fondazione Guzzetti; interventi nelle scuole il 18 marzo in occasione della giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid; progetti per gli associati di supporto psicologico, o ripetizioni ai figli degli associati a prezzi calmierati. Inoltre ogni anno ricordiamo il nostro 18 marzo con un evento e quest’anno, a sei anni dallo scoppio della pandemia, sarà celebrata una messa commemorativa al cimitero monumentale di Bergamo, dove riposarono i defunti prima di partire verso i forni crematori di altre regioni d’Italia.

Se poteste rivolgervi direttamente a chi ritenete responsabili di quanto successo nella bergamasca, cosa gli direste?

A distanza di quasi sei anni dallo scoppio della pandemia e cinque dall’inizio di tutto il percorso, di strada ne è stata fatta, le azioni giudiziarie, anche se la politica ci vuole zittire, proseguono e la voglia di verità si rafforza sempre di più. Abbiamo fiducia nell’autorità giudiziaria e speriamo di avere quelle risposte che ancora ci sono negate. Sicuramente diamo fastidio a molti perché non demordiamo e perché mio papà, come tutte le persone che abbiamo perso in quel modo tragico e disumano, hanno diritto ad avere dignità e soprattutto perché ciò che è successo, non si deve più ripetere. Le aspettative iniziali, ma direi anche quelle attuali, sono di avere delle risposte e avere una verità, che fino ad ora ci è stata negata. 

Ci aspettiamo che chi ha sbagliato ne paghi le conseguenze e chieda anche scusa a tutti noi famigliari delle vittime. Questo non ci riporterà indietro i nostri cari, ma forse ridarà un po’ di dignità a tutti quei corpi accatastati che non hanno avuto nemmeno la dignità di una sepoltura.

Per chi desidera approfondire l’argomento, segnaliamo i libri 

“Il Focolaio. Da bergamo al contagio nazionale” di Francesca Nava (giornalista)

“La valle nel virus” di Gessica Costanzo e Davide Sapienza (giornalisti)

ed i documentari 

“Ritorno in apnea” di Anna Maria Selini (giornalista)  

“Sotto la cenere” di Amir Saleh (regista)

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