Lettera di unə manifestante riguardo il corteo a Torino del 31-01- “Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo”

Riceviamo e pubblichiamo una lettera scritta da unə manifestante che ha partecipato al corteo nazionale dello scorso 31 gennaio 2026, in sostegno al centro sociale Askatasuna,  sgomberato a dicembre. 

Le riflessioni articolate nella lettera riguardano il significato politico dello sgombero e la risposta collettiva che è stata data a questa operazione repressiva, oltre che  la rivendicazione del diritto a mobilitarsi in difesa degli spazi sociali e la critica alla narrazione mediatica che ha criminalizzato le manifestanti.

“Alla redazione,

sono A.P., unə militante di Bergamo. Sabato 31 gennaio 2026 ho partecipato al corteo nazionale di Torino insieme ad altrə compagnə, per esprimere solidarietà al centro sociale Askatasuna e per opporci agli sgomberi e alla repressione che colpiscono gli spazi sociali, criminalizzandoli invece di riconoscerne il valore politico e collettivo. Il corteo è stato enormemente partecipato, attraversato da una forte solidarietà verso le e i militantə dell’Aska, privatə di uno spazio che rappresenta molto più di un semplice luogo fisico.

“Askatasuna vuol dire libertà” è stato lo slogan più gridato durante il corteo: un’affermazione che rivendica il ruolo degli spazi sociali liberati come luoghi politici, di produzione di idee, di relazioni, di pratiche di cambiamento e , appunto, di libertà. Lo sgombero di Askatasuna non è quindi solo lo sgombero di un’occupazione, ma anche il tentativo di un’eliminazione simbolica di quella peculiare politica, di quelle idee, di quei cambiamenti e di quella libertà. 

Il senso del corteo era dare una risposta compatta contro la morsa repressiva che da anni colpisce questi spazi, rivendicare la possibilità di costruire alternative a città sempre più chiuse ed esclusive e affermare una posizione chiara: non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo. Una risposta che ha preso forma in un corteo di decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, che non è rimasto in silenzio a subire: ha alzato la testa e ha risposto come poteva alla repressione che cercava di fermarlo.

L’attenzione pubblica e mediatica, la prima veicolata dalla seconda, si è ovviamente concentrata su un singolo episodio avvenuto durante il corteo, quello che va visto coinvoltə un poliziotto e alcunə manifestanti, episodio che è stato forzatamente inserito in una narrazione vittimizzante delle forze dell’ordine, ignorando completamente la disparità sistemica della violenza messa in atto abitualmente dallo Stato.  L’episodio è stato usato per porre l’accento sui “disordini” causati dallə  manifestanti, sulla loro inaudita violenza, di fatto cancellando la complessità delle rivendicazioni del corteo stesso e, soprattutto, tentando così di legittimare risposte repressive sempre più dure.

Vignetta “Casa dolce casa”-© Sottosuolo – informazione autonoma

Si sa che in  tutta Italia si sono verificati fermi preventivi, fogli di via e divieti di raggiungere il corteo, spesso per motivazioni pretestuose come il possesso di Maalox o mascherine FFP2 (strumenti che lə  manifestanti usano per proteggersi in caso di lancio di lacrimogeni CS, eventualità più che prevedibile per chiunque si recasse a Torino con cognizione di causa). Sui giornali si è parlato di 747 persone identificate,si è fatto l’elenco di chi aveva cosa nello zaino, presentando il tutto come un’”operazione di sicurezza”. Conosco personalmente persone fermate, persone senza precedenti rilevanti, alcune alla loro prima manifestazione, che si recavano a Torino esclusivamente per solidarietà. L’operazione della polizia avrà anche fatto esultare i più conservatori, il governo e i politicanti, ma a dirla tutta non si può affermare che sia stata davvero utile. C’erano comunque oltre cinquantamila (50.000) persone in piazza, il 31 gennaio, e si sono verificati degli scontri (dato il clima di tensione che pure le forze dell’ordine non hanno in alcun modo schivato e che, anzi, hanno alimentato nel corso della manifestazione, per esempio schierandosi provocatoriamente davanti all’Askatasuna come a “difenderlo” da – o a provocare?-  chi sa quale attacco): non proprio un successo, in termine di “ordine pubblico”, se si vuole ragionare in questi termini. Durante il corteo, decine di manifestanti hanno ricevuto soccorsi per contusioni, lesioni da gas lacrimogeni e traumi dovuti alle cariche della polizia, come attestano le svariate testimonianze che noi tuttə abbiamo sentito nei giorni successivi al corteo e, più di tutto il resto, come attesta la gran quantità di materiale foto e video (tanto raccolto in questo articolo di InfoAut).

Non si può più negare la realtà dei fatti: quello che vediamo, letteralmente da anni sono manganellate, cariche, lacrimogeni e interventi di polizia che letteralmente feriscono le persone in piazza, anche se manifestano in maniera pacifica, anche se sono abitanti dei quartieri, anche se sono giornalistə, anche se sono persone anziane. Il 31 gennaio a Torino non è stata fatta eccezione, e la solita narrazione tra “buoni” (i poliziotti) e “cattivi” (lə manifestanti) non si è fatta attendere a lungo, portando come cavallo di battaglia l’episodio a cui ho accennato prima, episodio che la stessa Meloni ha definito come un “tentato omicidio”. Come possiamo restare impassibili ad ascoltare accuse del genere, quando la nostra storia è piena di “tentati omicidi” da parte delle forze dell’ordine ai nostri danni? Come si può oggettivamente accettare questa criminalizzazione, quando le prove della violenza sistemica e sistematica delle forze dell’ordine e di chi le governa è così lampante? Non abbiamo forse foto, video, testimonianze e memorie tra chi conosciamo di quello che è successo a Torino? Di quello che succede in piazza ogni volta che ci andiamo (ricordiamo che siamo eredi politici di quel che fu il G8 di Genova nel 2001, la più grave sospensione della democrazia in un Paese europeo dalla Seconda Guerra mondiale)? Di tutte le violenze che subiamo, non solo durante i cortei, da quelli più movimentati a quelli pacifici, ma anche nel nostro quotidiano? Non è forse violenza la continua oppressione, la quasi vendicativa repressione che ci colpisce se osiamo fare politica nei nostri quartieri, nelle nostre strade e alla nostra maniera? Non vediamo che le forze di polizia e il governo NON si mobilitano per l’ “ordine” pubblico, ma per ampliare divari sociali ed economici tra le persone più povere, e rasentano l’immobilismo, invece, davanti a morti sul lavoro, davanti a famiglie sgomberate e lasciate per strada durante gli sfratti, davanti alla disparità economica che dilaga e che alimenta la famigerata “guerra tra poveri” in cui ci ritroviamo tuttə inesorabilmente incastratə?

Non accettiamo la narrazione che ci vuole “violenti senza motivo” nè quella che ci condanna “per tentanto omicidio” di un poliziotto uscito dall’ospedale il giorno dopo l’accaduto. Sappiamo che la strumentalizzazione dei fatti sarà sempre funzionale a chi deve proteggere un determinato status quo. Sappiamo che il corteo di fine gennaio a Torino si è inserito in una fotografia che conosciamo bene, quella del dispiegamento abnorme delle forze di polizia contro di noi durante manifestazioni dello stesso tipo. Sappiamo che la morsa repressiva sarà ancora più serrata e sì, in questo caso possiamo dirlo,violenta: il nuovo “pacchetto sicurezza”, non ancora entrato in vigore (ma visti i tempi, possiamo benissimo aspettarci che si aggiunga al già in essere Decreto sicurezza, fondamentalmente anticostituzionale e da Stato di polizia), verte proprio in questa direzione, verso un’ulteriore stretta in nome di quel famoso “ordine pubblico” che in realtà rappresenta l’ennesimo metodo per schiacciarci, reprimerci e fermarci. 

Ma la verità, quello che però possiamo affermare con sicurezza, anche con orgoglio, è una considerazione che si rende palese, dopo il 31 gennaio: la nostra capacità di scendere in piazza comunque, di esprimere il nostro dissenso comunque, nonostante decreti sicurezza e repressione, nonostante i continui divieti, nonostante i fermi preventivi,nonostante tutto. Certo, chi subisce processi o riceve (senza processo) fogli di via e fermi preventivi ne esce in qualche modo sconfittə , o meglio, privatə di un diritto: questa privazione può indebolire il soggetto singolo, frenarne o scalfirne l’entusiasmo. Ma unə compagnə non è MAI da solə: queste misure di “””sicurezza””” riusciranno anche a fermare lə singolə , ma non il movimento tutto, non le organizzazioni politiche, non i collettivi e lə militanti, non le persone solidali, non le piazze.  Evidentemente, quando vogliamo esserci, quando desideriamo esserci, noi ci siamo, a prescindere da quello che rischiamo, perchè siamo consapevoli che il rischio maggiore, per noi, non sono denunce o fogli di via. Il rischio reale è non poter arrivare a fine mese; è non avere un tetto sulla testa; è non avere la possibilità di studiare o di curarci quando ci ammaliamo; di non poter decidere per noi stessə; di non avere più spazi, fisici e simbolici, in cui lavorare per ottenere tutto questo. Non staremo fermə a guardare mentre ci togliete tutto. Reagiremo.”

Commenti

Lascia un commento