La crisi abitativa che non passa

Da anni il tema di quella che viene definita ’“emergenza abitativa” viene presentato come un fenomeno improvviso, una contingenza straordinaria. In realtà, la difficoltà di accesso alla casa rappresenta una crisi strutturale e sistemica, consolidata nel tempo. Non un problema occasionale o legato a scelte individuali, ma risultato di dinamiche economiche, politiche e sociali che interagiscono tra loro e che hanno progressivamente trasformato il diritto all’abitare in un bene finanziario. Sempre più persone vivono in condizioni di precarietà economica e incontrano difficoltà nel sostenere canoni di locazione in costante aumento. Il fenomeno riguarda non solo i grandi centri urbani, ma anche le aree provinciali, dove la diffusione degli affitti brevi e i processi di valorizzazione immobiliare stanno riducendo drasticamente la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili. I dati sul mercato immobiliare confermano questa tendenza: a Bergamo, nel dicembre 2025, il costo medio degli affitti ha raggiunto i 13,31 euro al metro quadro mensili, con un aumento di quasi l’8% rispetto all’anno precedente. Un andamento che rende evidente come l’abitare sia sempre meno compatibile con i redditi reali di una parte crescente della popolazione, che vive sulla propria pelle la crisi economica in atto da tempo.

In questo contesto si inserisce uno degli indicatori che più dimostra la gravità della crisi abitativa dei nostri tempi, ovvero gli sfratti che subiscono singoli e famiglie in difficoltà economica.I dati dell’Ufficio Centrale di Statistica del Ministero dell’Interno parlano chiaro: a Bergamo nel 2024 sono stati emessi 795 provvedimenti di sfratto, di cui 347 eseguiti. In Lombardia, nello stesso anno, i provvedimenti sono stati 6574, oltre 5000 dei quali per morosità, con 4802 sfratti effettivamente eseguiti, più di mille in più rispetto al 2023. A livello nazionale si registrano oltre 21.000 sfratti, con la Lombardia che mantiene un triste primato in questo senso, e si conferma la regione con più sfratti eseguiti di tutto lo Stivale. Parallelamente, le liste di attesa per l’edilizia residenziale pubblica continuano ad allungarsi, mentre migliaia di immobili restano inutilizzati o in stato di abbandono. A livello nazionale si stimano circa 250.000 persone in lista d’attesa per un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Gli alloggi ERP sfitti sono circa 80.000, di cui oltre 60.000 non agibili per mancanza di interventi strutturali che li renderebbero davvero a norma e adatti a ospitare le tantissime persone in lista di attesa. A Bergamo nello specifico, nel 2025 gli alloggi popolari erano 985, di cui tra i 235 e i 240 vuoti per carenze manutentive; cioè 1 su 4. Inevitabilmente, questi dati evidenziano una contraddizione strutturale: mentre cresce il numero di persone senza una casa stabile, una parte rilevante del patrimonio pubblico resta inaccessibile per carenze manutentive e mancanza di investimenti.

Le politiche abitative adottate negli ultimi anni non hanno fornito risposte adeguate a questa crisi, ormai strutturale e che, infatti, non passa. I programmi di rigenerazione urbana si concentrano prevalentemente sull’attrattività dei territori, sulla valorizzazione immobiliare e sugli investimenti privati, spesso legati allo sviluppo turistico, mentre l’offerta di edilizia residenziale pubblica e la manutenzione del patrimonio esistente restano insufficienti. L’abitare viene così subordinato alle logiche di mercato e di rendita, piuttosto che riconosciuto come diritto, da difendere e ampliare e si costruisce, si riqualifica, dove conviene investire, non dove c’è reale bisogno, come appunto nel settore dell’edilizia residenziale pubblica. Un esempio emblematico di questa impostazione è rappresentato dagli stabili di via Borgo Palazzo 132-134, a Bergamo. Gli edifici versano in condizioni di grave degrado: infiltrazioni d’acqua, portoni privi di serrature, cassette postali danneggiate, umidità diffusa, sporcizia, alberi pericolanti e infestazioni nei cortili. La situazione è stata segnalata più volte dai residenti, con il supporto del sindacato As.I.A. (Associazione Inquilini e Abitanti) di Bergamo, attraverso comunicazioni formali, documentazione fotografica e raccolte firme. Nonostante ciò, da parte di Aler Bergamo, ente responsabile della gestione degli immobili di edilizia popolare, in collaborazione con il Comune, non sono arrivate risposte concrete. Per denunciare lo stato di abbandono e sollecitare un intervento delle istituzioini, As.I.A. ha convocato un’assemblea pubblica e una conferenza stampa lo scorso lunedi 26 grnnaio, invitando anche gli assessori competenti del Comune di Bergamo a partecipare, che però non si sono presentati. Durante l’assemblea si è deciso di provare ancora una volta a contattare l’ente di Aler per poter avere un incontro formale, una presa in carico reale della situazione e degli inquilini degli stabili, che si ritrovano a vivere in condomini in condizione di abbandono, e si è espressa la volontà, se non si avrà un riscontro, di contattare anche la Prefettura di Bergamo per discutere il problema.  

Parallelamente, il sindacato As.I.A. segue da anni anche nuclei familiari e singoli cittadini sottoposti a procedure di sfratto. Le soluzioni temporanee offerte durante gli sgomberi, spesso accompagnati dall’intervento delle forze dell’ordine, si rivelano nella maggior parte dei casi misure emergenziali che non incidono sulle cause strutturali del problema, limitandosi a spostare nel tempo e nello spazio l’emergenza, e producendo nuove forme di precarietà e marginalità: spesso a intere famiglie vengono proposte alternative- temporanee- solo per madri e figli. non per l’intero nucleo. E spesso, come possibile strada, si propone quella dell’housing sociale, rivendicandone il valore del cosiddetto “mix abitativo” come strumento di una presunta inclusione e sostenibilità, senza considerare però l’impatto limitato e altamente selettivo che l’housing porta con sè. Un progetto di housing sociale promosso da soggetti del terzo settore, come la Fondazione Casa Amica a Bergamo, ne è un lampante esempio: spesso presentato come risposta concreta all’emergenza abitativa, contraddice però questo suo presunto obbiettivo esponendone i requisiti di accesso (tra gli altri, cittadinanza italiana, almeno cinque anni di lavoro in Lombardia, reddito annuo compreso tra 14.000 e 40.000 euro e assenza di sfratti in esecuzione), requisiti che sollevano interrogativi rilevanti dal punto di vista dell’efficacia di tale misura. Questi criteri comportano, infatti, il concreto rischio di escludere una gran parte di persone migranti, lavoratori precari, nuclei a basso reddito e chi si trova già in una condizione di emergenza abitativa, configurando questo tipo di soluzioni come non-soluzioni, risposte che non risultano funzionali ad affrontare le cause profonde della crisi abitativa, ma che finiscono per gestire il disagio senza metterne in discussione l’origine. In questo modo l’abitare viene implicitamente trattato come un premio per chi rientra in determinati parametri economici e giuridici, anziché come un diritto di base. 

C’è anche chi non accetta passivamente questo tipo di alternative che le istituzioni propinano, ma che prova a modifcare alla base l’assetto della questione. Nel novembre scorso, il Movimento per il Diritto all’Abitare e i sindacati As.I.A.-USB, insieme ad altre realtà impegnate sul tema, hanno presentato a Roma una proposta di legge finalizzata a intervenire sul mercato degli affitti, con particolare attenzione alla revisione dei canoni e al contrasto dei fenomeni speculativi. L’obiettivo è promuovere un sistema di accesso alla casa più equo e sostenibile. Una risposta efficace alla crisi abitativa richiede un cambio di paradigma: l’abitare deve tornare a essere considerato un diritto fondamentale e non una merce; il recupero del patrimonio inutilizzato, la valorizzazione del suolo urbano come bene collettivo e il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica rappresentano passaggi imprescindibili. In assenza di un’inversione di rotta capace di andare in questa direzione, la crisi abitativa continuerà a riprodursi, modificando soltanto le proprie forme ma non le proprie cause, e non passerà. 

Le parole del sindacato As.I.A.

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