Ancora una di meno

Il 18 marzo 2026, a soli dieci giorni dalla Giornata internazionale per i Diritti delle donne, in centro città una donna di 42 anni è diventata l’ennesima vittima di femminicidio. La donna è stata pugnalata dal proprio marito che le avrebbe inferto 19 coltellate, alcune in punti vitali. Quando i soccorsi sono arrivati sul luogo, la donna era già morta.

I diversi giornali – locali e nazionali – che hanno riportato l’accaduto, oltre a cadere in una forma di perversione verso la cronaca nera, dando in pasto ai lettori dettagli della vita della vittima, hanno scritto, riguardo il femminicidio, che il movente sarebbe “di origine passionale”. Scrivere in questo modo nasconde la realtà e la gravità del fatto e sposta l’attenzione verso la vittima, quasi portatrice di una colpa e di una responsabilità verso il crudele atto subito.

Nella legislazione italiana il reato per femminicidio, come aggravante del reato di omicidio, è entrato in vigore il 17 dicembre del 2025, e quindi viene inteso come: “ART 557-bis, Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo”. Secondo lOsservatorio Nazionale femminicidi-lesbicidi-transicidi di Non Una Di Meno, nel 2025 ci sono stati ben 84 femminicidi in Italia, la maggior parte avvenuti per mano di familiari, partner o conoscenti. 

Ecco quindi che cosa è successo il 18 marzo del 2026. Non un uomo spinto da passione, gelosia e desiderio, bensì un uomo incapace di vedere la donna come individuo che ormai non lo amava più. A testimonianza di questo, la madre della vittima ha diffuso la registrazione di una conversazione tra i due, dove la donna dichiara apertamente di non amare più l’uomo e questo, di risposta, la supplica di rimanere, anche a costo di mentire e di sopprimere i propri sentimenti.

Qui si tratta di rovesciare la prospettiva, per evitare che le vittime di femminicidio vengano sempre dipinte come quelle che in qualche modo se lo meritavano. “Erano sposati da un anno, e lei aveva già un altro?” Questo è solo uno dei tristi commenti che si possono leggere sui social sotto gli articoli che parlano di questo fatto. Cosa non è chiaro del principio per cui una donna possa sentirsi libera di scegliere, pure di interrompere una relazione, a maggior ragione se la relazione è in sé violenta?

Il nuovo compagno della vittima dichiara che suo marito fosse una persona estremamente gelosa, al punto da non sopportare che la donna si fosse iscritta in palestra. L’uomo era inoltre a conoscenza del fatto che la donna avesse una relazione al di fuori del matrimonio e per questo la minacciava. Questo avrebbe reso difficile per la donna la scelta di interrompere il rapporto: si sarebbe recata con il suo compagno dai carabinieri di Almenno S. Salvatore sabato 14 marzo, quattro giorni prima di essere uccisa, per chiedere come comportarsi, in quanto subiva costantemente minacce da parte del proprio marito. Emerge invece come una vicina di casa, durante il corso della convivenza tra i due, avrebbe sentito urla provenire dall’appartamento; inoltre, due giorni prima il femminicidio della donna una lite tra i due è finita in strada e testimoniata dai vicini, senza che nessuno abbia segnalato alle autorità i fatti.

Tra le varie testimonianze emerge inoltre come l’uomo tentasse di dipingersi agli occhi degli altri come una persona buona, al contempo screditasse la propria compagna, definendola “dal cuore di ghiaccio”. Questo comportamento è ben noto tra gli abuser: pur di evitare di essere riconosciuti come tali, mettono insieme una narrativa dove sono loro le vittime, e le donne le carnefici, anche se poi le reali “colpe” di queste donne sono di denunciare le diverse violenze che vivono – oltre di voler vivere una vita libera e dignitosa. Le modalità di manipolazione degli abuser spingono le vittime a sottostimare la gravità del proprio vissuto e a perdere fiducia nel proprio istinto. 

Molte donne conosceranno bene il senso di colpa vissuto dopo aver subito una qualsiasi molestia, fisica o verbale, quasi come se fossero loro stesse le fautrici di tali atti violenti. Non è un caso che quando fatti simili assumono risonanza, il numero antiviolenza aumenti di segnalazioni. Questo avviene anche ogni 25 novembre, giorno che sensibilizza riguardo la violenza di genere. Quando aumentano testimonianze di violenza contro le donne, esse smettono di minimizzare i fatti e li analizzano come ciò che sono realmente, ovvero violenza. Una violenza che deriva da una cultura patriarcale, che vede la donna come essere inferiore rispetto all’uomo ed impossibilitata a vivere autonomamente. È bene quindi, prima di parlare di femminicidi e di descrivere minuziosamente la vita delle vittime e le dinamiche, comprendere la cultura alla base: stiamo cercando di colpevolizzare la vittima, oppure stiamo analizzando la situazione per quello che è, ovvero frutto di una cultura patriarcale e dello stupro?

E’ necessario cambiare paradigma e chiamare le cose come stanno: violenza di genere, subire una violenza solo perché donne e quindi individui liberi e con potere decisionale. Ricordiamo: la violenza di genere si nutre di giustificazioni e di schemi che permettono agli uomini di mantenere il proprio status, senza mettere in dubbio la cultura che sta alla base di tali atti. Inoltre, la continua esposizione delle vittime a situazioni di solitudine ed incomprensione le rende meno propense a denunciare le violenze subite, e maggiormente dubitanti di sé. Nel caso ci si senta vittime di violenza di genere il numero da chiamare è l’ 1255. A livello locale c’è inoltre la presenza di diversi centri antiviolenza. Non esitare a chiamare se ti senti in pericolo. Diffondere informazione puo salvare vite.

Le reti e i centri antiviolenza nella bergamasca

Commenti

Lascia un commento